"Quando una procedura di può definire accanimento terapeutico?": la domanda, posta da Maria Luisa Di Pietro, co-presidente di "Scienza & vita", durante l’incontro dibattito promosso dall’associazione a Roma stamattina, è stata rivolta a Ignazio Marino, presidente della Commissione igiene sanità del senato, Amedeo Bianco, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), Pie Paolo Donadio, primario di Anestesia e rianimazione dell’ospedale Molinette di Torino, Rodolfo Proietti, ordinario di Anestesia e rianimazione dell’Università cattolica di Roma. Per Marino, "è impossibile definire l’accanimento terapeutico per legge. Si può stabilire, invece, solo nel profondo rapporto che si crea tra paziente, o la sua famiglia se incapace di intendere e volere, e il medico. Insomma, la tecnologia non deve diminuire il tempo passato dal medico con il paziente e deve servire a migliorare la cura". Secondo Bianco, in questi mesi si è fatto "accanimento lessicale sull’accanimento terapeutico, che non è un paradigma tecnico-professionale: una procedura può avere carattere di accanimento terapeutico in una circostanza e in un’altra no, a seconda delle condizioni del paziente". D’altro canto, "non può essere neanche il paziente a stabilire cos’è accanimento terapeutico". (segue)