Inoltre, l’Italia, “ha preso coscienza più velocemente di essere un Paese di insediamento stabile” anche se la difficoltà maggiore per la politica italiana consiste “nel dover rispondere contemporaneamente alle esigenze degli immigrati già insediati stabilmente e a quelle differenziate degli immigrati arrivati da poco”. “Il tallone di Achille tipicamente italiano – ha denunciato Pittau – consiste poi nelle prassi amministrative insoddisfacenti, nelle coperture finanziarie insufficienti e nella eccessiva contrapposizione dei partiti sul tema dell’immigrazione, che ha diviso la popolazione tra favorevole e contrari agli immigrati”. Pittau ha indicato alcuni “punti fermi” nelle politiche di integrazione: “non sono assolutamente ammissibili deroghe alle norme fondamentali che regolano la vita del Paese di accoglienza”; le acquisizioni di cittadinanza sono importanti ma non bastano se “in precedenza non si è lavorato per costruire una società pienamente inclusiva e aperta al pluralismo”; serve “una mentalità di reciproco adattamento”. In sintesi, “siamo chiamati a costruire un nuovo modello di convivenza, più europeo e comunitario che calibrato sulle esigenze del singolo Stato membro”.