Il cattolicesimo "è stato sempre considerato la religione del grande et et: non di grandi esclusivismi, ma della sintesi", ha ricordato il Santo Padre rispondendo alle domande dei sacerdoti incontrati ieri ad Auronzo di Cadore (il testo integrale della conversazione è on line sul sito www.vatican.va). Perciò "viviamo con i piedi per terra e gli occhi verso il cielo". "Amare le cose umane" e "le bellezze" della terra, ha proseguito il pontefice, è non solo umano, ma "anche molto cristiano". "A una pastorale buona e realmente cattolica appartiene anche questo aspetto": "vivere l’umanità e l’umanesimo dell’uomo", doni "che il Signore ci ha dato", e al contempo "non dimenticare Dio" e la luce che da Lui proviene e "dà gioia". Rispondendo poi a un quesito sulle problematiche giovanili, Benedetto XVI ha sottolineato come sia "importante far scoprire ai giovani Dio", "l’amore vero che proprio nella rinuncia diventa grande" e "la bontà interiore della sofferenza". "Non è possibile ha aggiunto l’amore senza il dolore, perché l’amore implica sempre una rinuncia" per "accettare l’altro nella sua alterità", implica "un dono di me e, quindi, un uscire da me stesso". "L’inscindibilità di amore e dolore, di amore e Dio ha precisato sono elementi che devono entrare nella coscienza moderna per aiutarci a vivere".