CASO NUVOLI: LEONE (UNIVERSITÀ PALERMO), "NESSUNO PARLA DI TERAPIA DEL DOLORE E CURE PALLIATIVE"

Sempre più spesso, quando si trattano le questioni legate alla fine della vita, "si cavalca l’ondata emotiva", ma "nessuno parla dell’accompagnamento adeguato del malato terminale", attraverso la terapia del dolore e le cure palliative. E’ il commento di Salvino Leone, dell’Istituto di bioetica dell’Università di Palermo, al caso Nuvoli, che ha trovato l’epilogo ieri notte, quando Giovanni Nuvoli, malato da anni da sclerosi laterale amiotrofica (come Pergiorgio Welby), "si è lasciato morire", come ha dichiarato la moglie, Maddalena Soro, riprendendo negli ultimi giorni lo sciopero della fame e della sete. "Nessun adulto, se rimane lucido, può essere costretto contro la sua volontà ad alimentarsi, o a fare qualcosa che contrasti con la sua decisione", commenta Leone "pur senza trascurare questioni come l’eutanasia o il suicidio assistito". "Il problema –aggiunge – è "quale tipologia di assistenza siamo in grado di garantire ai malati in fasi terminali". "Rendere accettabile e dignitosa la fase finale della vita –conclude Leone – è un dovere umano, e cristiano in particolare. Applicando adeguatamente la terapia del dolore e le cure palliative – che non si attuano ‘quando non c’è più niente da fare’, ma sono la terapia che va fatta in quella fase precisa della vita – gran parte delle richieste di eutanasia verrebbero meno", ricorda Leone.