La "terminalità" ha spiegato Noia, "è una condizione fetale che sul piano anatomico strutturale o genico è incompatibile con la vita, come ad esempio l’anencefalia, ossia la mancanza di tessuto cerebrale". Tuttavia, ha precisato, a fronte di questa condizione oggettiva, "i pregiudizi sociali e le manipolazioni culturali hanno creato nuove forme di terminalità scientificamente infondate". A rendere un feto "terminale" sono infatti anche "il consenso sociale, l’ansia, l’ignoranza (anche di alcuni medici)e la cosiddetta medicina difensiva". Di qui la necessità di "opporsi alla cultura della morte con una scienza eticamente guidata". "Ogni neonato va assistito. Non si tratta di essere cattolici o non cattolici. Chiediamo soltanto di lasciarci lavorare – ha detto il neonatologo Carlo Valerio Bellini -, di poter rianimare i bambini di cui tanti vogliono negare l’esistenza perché magari hanno meno di 25 settimane". "Se 20 anni fa non avessimo insistito per rianimare i bambini sotto il chilo e mezzo di peso, tanti ragazzi oggi non sarebbero vivi". Due, per Bellini, le mistificazioni da combattere sulle quali si fonda l’eutanasia neonatale: "la persuasione che al di sotto di una certa età gestionale vi sia disabilità ma, soprattutto, il convincimento che la disabilità renda la vita non degna di essere vissuta".