Pubblichiamo la nota Sir di questa settimana.
Il punto chiave è sempre il rapporto speciale dell’Italia, degli italiani e dunque della Chiesa italiana con il Papa. E poi la concretezza dell’esperienza del rapporto con la gente, con il Paese, con l’identità italiana. Infine, e come logica conseguenza, un franco e sereno argomentare sui grandi temi "politici", nel senso forte e non partitico, del futuro dell’Italia e dell’Europa. Su questi tre punti mons. Bagnasco con il suo stile peculiare rilancia, nella prima prolusione al Consiglio Permanente della Cei, un cammino di lunga lena. Il rapporto speciale, l’"attaccamento singolare" alla figura, alla persona del Pontefice e dunque al suo magistero ne sono la base salda. Nei confronti di Benedetto XVI e del suo impegnativo magistero la gente ha spontaneamente ribadito e rilanciato questo riferimento che è in realtà un riferimento forte dell’identità nazionale. E il nuovo presidente della Cei non ha mancato di sottolineare questo tratto essenziale, che connota la Chiesa – e la società italiana – e non può non proiettarla ad un ruolo, ad una responsabilità "esemplare". Perché è una Chiesa di popolo, concreta, radicata nella vita reale, consapevole dei bisogni reali della gente, che oggi chiede punti di riferimento. Non accetta nulla a scatola chiusa, per inerzia, per tradizione, ma sa distinguere quel che è vero e quel che è finto. A partire dalla famiglia, al centro della prolusione di mons. Bagnasco. Con la famiglia sono in gioco i grandi temi della vita reale degli uomini e delle donne di oggi. Le parole di mons. Bagnasco anche a proposito dei "dico" – sono serene, impegnative e precise: "si tratta di un disegno di legge inaccettabile sul piano dei principi ma anche pericoloso sul piano educativo e sociale". Parole inequivocabili che si situano su un registro che non è certo quello della politica degli schieramenti o dei partiti, ma della sollecitudine "eminentemente pastorale", che incontra la politica nel senso delle scelte impegnative di indirizzo della società. E diventa un forte appello al laicato cattolico, perché appunto il passaggio storico che si sta svolgendo in questi anni abbia interpreti adeguati e nello stesso tempo la Chiesa sia in grado di argomentare appunto laicamente, interloquire positivamente, promuovere creativi momenti di convergenza nella realtà delle attese e delle speranze della gente. Le sfide che si pongono all’Italia (e agli italiani) si intrecciano a livello europeo: le recentissime celebrazioni del cinquantenario dei trattati di Roma hanno rilanciato il discorso sul bisogno di identità, di progettualità fondata su ideali e su una forte tensione morale e dunque sulle radici cristiane. Che non è certo, come tanta stracca retorica laicista si ostina a ritenere, un residuo del passato da riaffermare ex cathedra. E’ piuttosto una ricchezza da innervare creativamente, puntando sul bene delle persone concrete, oltre tutte le barriere.