Nel titolo della nuova Enciclica di Benedetto XVI, "Spe salvi", ci sono "due parole familiari al linguaggio del cristianesimo, ma non altrettanto alla sensibilità comune, anche tra i cristiani". È quanto sottolinea Paola Bignardi, coordinatrice di Retinopera, in una riflessione per il SIR on line oggi su old.agensir.it. "La parola salvezza, chiave del messaggio cristiano, di fatto alle persone di oggi non dice più nulla. L’uomo di oggi non si sente così perduto da desiderare di essere salvato". Eppure, prosegue Bignardi, "avverte dentro di sé un’inquietudine cui spesso non sa dare nome". Perciò, "il Papa interpreta il disagio profondo e la ricerca della coscienza umana contemporanea, e la orienta alla speranza". Ai credenti e alla Chiesa, Benedetto XVI "indica tre strade per apprendere la speranza": la prima è "quella della preghiera", la seconda "è quella dell’azione e della sofferenza insieme", la terza quella "del giudizio, che proietta la vita dell’uomo nell’eternità". Due le considerazioni per Bignardi: "La prima riguarda la gioia di vedere una Chiesa che si apre alla domanda di speranza che c’è anche nelle persone del nostro tempo". La seconda: dopo la prima enciclica sull’amore, Benedetto dedica questa alla speranza. "Ci dice così che l’amore e la speranza sono le caratteristiche essenziali per il profilo di un cristianesimo per questo tempo".