In Cina sono in prigione almeno 60 ‘cyberdissidenti’, tra cui Shi Tao, Wang Xiaoning, Li Zhi e Jiang Lijun, condannati per aver pubblicato on line denunce e commenti politici. In Siria, sette studenti e un dipendente di un salone di bellezza sono stati condannati, al termine di un processo iniquo, per aver invocato on line pacifiche riforme politiche. In Vietnam, Truong Quoc Huy, arrestato nell’agosto 2006 e da allora detenuto in una località sconosciuta, rischia di finire sotto processo per ‘abuso delle libertà democratiche’, solo per aver preso parte a una chat-room. Amnesty International ha ricevuto notizie di recenti arresti di ‘cyberdissidenti’ in diversi paesi, tra cui la Thailandia, dove nell’ultimo anno sono entrate in vigore due nuove leggi per limitare la libertà d’espressione on line. Secondo una ricerca condotta da Open Net iniziative, mentre cinque anni fa il filtro dei contenuti di Internet era applicato in soli tre paesi (Arabia Saudita, Cina e Iran), oggi vi ricorrono ben oltre 20 paesi, tra cui Marocco, Myanmar e Thailandia.