"Il vero problema del testamento biologico è burocratizzare l’abbandono terapeutico". Lo ha detto Francesco D’Agostino, ordinario di filosofia del diritto all’Università Tor Vergata di Roma, durante la seconda conferenza stampa della Settimana Sociale. "Il testamento biologico, se rappresenta la volontà del soggetto, consapevole di voler rinunciare a qualunque terapia ha spiegato il relatore implica che la decisione sanitaria o terapeutica venga completamente privatizzata. Ma in situazioni estreme ha fatto notare la lucidità di sguardo su se stessi e sulle terapie ottimali è ben lungi dall’essere fredda e oggettiva". Di qui la necessità di evitare "il rischio che, col pretesto di fare il bene, altri diventino gli interpreti migliori di una verità non formulata". È il caso, ad esempio, dell’Olanda, dove in base alla legge sul suicidio assistito i medici che lo eseguono "vengono giustificati penalmente". Una legge, quella olandese, che "si applica ai malati psichici, che per definizioni non possono essere ritenuti competenti". In base a tale impostazione biopolitica, dunque, "vale la prassi per cui è il medico il miglior interprete della volontà del paziente, con la conseguenza di una gestione burocratica e amministrativa della fine della vita".