Il testimone di giustizia "non ha resistito a vivere in una sorta di prigione pur essendo libero, né ad essere libero vivendo in quella sorta di prigione", commenta ancora mons. Curatola: "a ucciderlo é stata la solitudine: la solitudine di fronte alla violenza" e "di fronte all’assenza. L’assenza degli affetti, della famiglia, della sua chiesa", dei "luoghi della sua vita, l’assenza di una storia. L’assenza di un barlume di speranza. L’assenza di chi gli dicesse, di fronte all’accusa di infame lanciatagli da mafia e dintorni, che aveva fatto bene a parlare, che era stato grande e non piccolo nonostante il cognome. Non l’ha avuta questa parola di speranza e non ce l’ha fatta". "Fa bene conclude il direttore del settimanale – la chiesa locrese, che pure è ai vertici nella lotta per la legalità", a "riconoscere anche le proprie omissioni magari, ma a rinnovare nel contempo il proprio stile profetico in un mondo che ha disperato bisogno di segni che squarcino il buio d’una cultura del silenzio. ‘Se parli sei un infame’ chissà che non l’insegnino a casa fin da quando son piccoli le madri ai figli, prima ancora dei padri. Non può avere sbocco una storia se non si comincia da lì. A cambiare tutto fin dalle radici".