Teorizzare "l’abbandono assistenziale di una persona soltanto perché non ha più attività conoscitive, privandola dell’alimentazione e dell’idratazione", è "una scelta moralmente inaccettabile quanto l’eutanasia e l’abbandono terapeutico". Adriano Pessina, direttore del centro di Bioetica dell’Università Cattolica, commenta in questi termini al SIR la sentenza con cui ieri la Corte di Cassazione ha disposto un nuovo processo per il caso di Eluana Englaro, la giovane in coma da 15 anni e per la quale il padre chiede la sospensione dell’alimentazione artificiale. "La vita umana coincide con la persona stessa afferma Pessina -, e abbassare il livello di tutela della vita umana significa abbassare il livello di tutela delle persone, specie di quelle che maggiormente hanno bisogno della solidarietà sociale", mentre "il presupposto di una democrazia seria è quella di riconoscere valore incondizionato a tutte le persone, al di là del loro stato di salute e di censo". Nel caso specifico precisa, "non si può parlare di accanimento terapeutico; la questione riguarda più il prendersi cura che il curare". Quanto al principio di autodeterminazione richiamato dalla sentenza, "non esiste il diritto di morire perché la sfera dei diritti tutela valori di cui si può fruire, e la morte è un fatto e non un bene di cui disporre". ” ” ” “