Diocesi

Mantova, restano 20 chiese da ricostruire dopo il terremoto

Riaperta il 1° novembre la pieve di San Lorenzo. Una ventina le strutture ancora inagibili, tra cui nove con lavori in corso. La ricerca di fondi per Bondeno di Gonzaga, San Giovanni del Dosso, Quistello e Moglia

A tre anni e mezzo dal terremoto del maggio 2012, la diocesi di Mantova vive un “cauto ottimismo”: il 1° novembre è stata riaperta la pieve di San Lorenzo a Pegognaga. Restano una ventina di chiese con ancora addosso le ferite del terremoto, ma 9 cantieri sono aperti e altri prenderanno il via a breve.

Riaperta la pieve di Pegognaga. “Un altro passo è stato fatto”, ha esordito il parroco di Pegognaga, don Flavio Savasi, nella domenica di Tutti i Santi, sottolineando che “si ritorna dopo vari ripieghi ad abitare in un edificio che è segno importante per la nostra vita di fede”.

“Questa è la 108a chiesa riaperta in tre anni delle 129 lesionate”, ha ricordato il vescovo, monsignor Roberto Busti, celebrando l’Eucaristia nell’antica pieve matildica.

La chiesa parrocchiale di Pegognaga, nel centro del Paese, è invece rimasta irrimediabilmente danneggiata dal sisma, ma poiché ha meno di 70 anni e già non rispondeva alle esigenze della comunità – troppo capiente e dispendiosa per un paese di 7mila abitanti – verrà demolita e riedificata, grazie anche al rimborso assicurativo e a un contributo della Cei.

Festa a Sermide. Pochi giorni prima, il 23 e 24 ottobre, era stata festa grande a Sermide per la riapertura di tre luoghi simbolo della comunità: la chiesa dei Santi Pietro e Paolo, l’oratorio di Caposotto dedicato a San Giovanni e la chiesa dei cappuccini. Quest’ultima, consacrata al culto nel 1652, aveva bisogno di un intervento conservativo già prima del terremoto che l’ha resa inagibile, cui ha fatto seguito il crollo della muratura decorata che chiudeva il rosone, a causa di un violento temporale.

Lavori in corso. “Complessivamente, l’unica demolizione ha riguardato il campanile di Bondanello di Moglia, abbattuto nei giorni immediatamente successivi al sisma per evitare che crollasse sulla chiesa”, ricorda monsignor Claudio Giacobbi, vicario episcopale per gli enti e i beni ecclesiastici. Le altre strutture, invece, sono state “in gran parte” ripristinate, mentre tra quante mancano all’appello “tutte hanno già un progetto, in molti casi approvato”. “Governolo, Romanore e Nuvolato saranno riconsegnate alle loro comunità in primavera” – spiega Alessandro Campera, direttore dell’Ufficio tecnico della diocesi, a “La Cittadella”, settimanale dei cattolici mantovani – mentre “la parrocchiale di Gonzaga riaprirà il prossimo 15 maggio” ed “entro giugno dovrebbe riaprire anche la chiesa di Galvagnina”. Infine, “a Portiolo il cantiere aprirà entro dicembre, a Quingentole è stato aperto in ottobre”.

Nomi pressoché sconosciuti a livello nazionale, ma esemplificativi della sofferenza di tante comunità private, in questi anni, del loro luogo di culto.

Offerte, assicurazioni e fondi pubblici. I fondi per i lavori sono arrivati grazie ai rimborsi assicurativi e alle offerte dei fedeli, nonché da un fondo regionale di rotazione di poco più di 5 milioni di euro (di cui 1.300.000 a fondo perduto e gli altri da restituire in 15 anni) e mutui bancari. Esemplificativo il caso di Governolo, dove adesso c’è il cantiere e i lavori costeranno poco più di un milione di euro. “Due settimane prima della scossa – ricorda don Andreano Cirelli, parroco nei giorni del terremoto – c’era la scadenza della polizza e ho pensato di rifarne una nuova includendo anche i danni da terremoto”. Una scelta provvidenziale, vista dopo il 29 maggio.

“Speranze” per le quattro chiese più danneggiate. Il reperimento dei fondi necessari, al momento, è invece un problema per le quattro chiese più danneggiate: San Tommaso apostolo a Bondeno di Gonzaga, per la quale servono 4,3 milioni di euro (in parte coperti dall’assicurazione), San Giovanni Battista a San Giovanni del Dosso (2,8 milioni), San Bartolomeo apostolo a Quistello (4,9 milioni) e San Giovanni Battista a Moglia (2,9 milioni). Ma “nutriamo speranze”, chiosa monsignor Giacobbi, facendo riferimento all’importanza che il recupero di queste chiese ha per i centri urbani, nonché per il patrimonio storico e artistico del territorio, e auspicando un impegno economico da parte delle istituzioni locali. Per arrivare al quarto anniversario, o poco oltre, consegnando definitivamente al passato le ferite del terremoto. E a ogni comunità la sua chiesa.