BASILICATA

Per la loro dignità

Un progetto di legge per i lavoratori stagionali “migranti”

Non più interventi a favore di “extracomunitari” ma di “migranti”: è la modifica proposta dalla Commissione regionale per l’immigrazione della Basilicata alla legge regionale n. 21/96, che disciplina la materia ed è inserita nella legge finanziaria approvata dal Consiglio regionale a fine 2009. Il segno di un fenomeno che muta e coinvolge anche cittadini comunitari o residenti in Italia. La progressiva evoluzione del fenomeno della presenza di lavoratori stranieri in Basilicata ha inoltre spinto le istituzioni regionali, all’inizio dello scorso dicembre, a impegnare fondi per il finanziamento di progetti da presentare a cura dei sindaci della zona interessata – di concerto con parti sociali e volontariato -, per l’ospitalità dei lavoratori stagionali in vista della campagna 2010 nell’area Bradano-Melfese. In questo quadro, il Comune di Palazzo san Gervasio – nel cui territorio ha funzionato dagli anni Novanta un campo di accoglienza per i lavoratori immigrati – si è impegnato a predisporre un progetto con la Protezione civile regionale, per una nuova struttura da utilizzare anche per l’ospitalità dei lavoratori stagionali oltre che per eventuali eventi di calamità naturale.Un progetto innovativo. “Si tratta di un progetto innovativo – afferma Pietro Simonetti, presidente della Commissione regionale per l’immigrazione – che mira ad utilizzare la stessa struttura di Protezione civile sia per eventi non programmabili, come le calamità naturali, sia per eventi programmabili, come il flusso dei lavoratori che arrivano per la raccolta dei pomodori”. Inoltre “affronta il tema vero in materia di migranti stagionali: non si può aprire un campo e poi lasciarlo a gestioni di volontariato ogni anno diverse. Occorre un soggetto giuridico di riferimento che assicuri servizi efficienti, con la compartecipazione dei datori di lavoro e degli utenti”. Per la realizzazione della struttura, la Regione Basilicata ha destinato 1.700.000 euro dal trasferimento di risorse statali per la Protezione civile. L’accoglienza deve anche “distribuirsi nei diversi Comuni interessati dalla presenza dei migranti attraverso progetti di ristrutturazione e riuso di case sfitte”.Attenzione ai caporali. Anche se ad oggi non è stato presentato ancora alcun progetto “il vecchio campo nato dalla necessità di dare una risposta alla presenza di tanti immigrati irregolari – assicura Simonetti – non riaprirà perché ci troviamo di fronte a un mutamento del fenomeno”. “La componente extracomunitaria proveniente direttamente dagli sbarchi clandestini – spiega Simonetti – è ridotta al minimo. La maggior parte dei lavoratori ha un regolare permesso di soggiorno e risiede nel Nord Italia dove lavora nelle fabbriche”. La crisi economica e la messa in cassa integrazione di tanti lavoratori “li spinge nelle varie Regioni per integrare i guadagni con le raccolte agricole stagionali: mele in Trentino, limoni in Sicilia, pomodori nel Melfese”. Questo ha dato origine “a una struttura manageriale di caporalato divisa per etnie. Vengono giù attrezzati con le tende e i generatori di energia e sottraggono i lavoratori dal passaggio attraverso le agenzie dell’impiego svolgendo un’intermediazione diretta con i datori di lavoro, ovviamente a fronte di forti prelievi sui compensi per le prestazioni lavorative”. All’interno dei campi “mettono un prezzo su tutto: c’è stato anche il tentativo di bloccare il flusso dell’acqua calda per spacciarla”. Per questo, conclude Simonetti, “occorrono referenti e regole precise nelle strutture di accoglienza”.Uno stile di corresponsabilità. “Se la paga per un’ora di lavoro è di 5 euro – racconta Luciana Forlino, responsabile della Caritas diocesana di Acerenza che nel campo di Palazzo san Gervasio aveva l’onere dell’assistenza sanitaria e legale -, il lavoratore ne intasca sì e no 1,50-2,00 euro: il resto va al caporale, a chi si incarica del trasporto, al vivandiere”. Ogni caporale “prende la percentuale che vuole e la squadra che vuole, componendola di volta in volta, suddividendo un mese di lavoro richiesto dal datore anche tra 40 persone diverse”. “È una vera e propria tratta di esseri umani – afferma Forlino – che pochi denunciano per paura delle ritorsioni”. “Come Caritas, incoraggiati dal vescovo mons. Giovanni Ricchiuti – prosegue la responsabile di Acerenza -, ci proponiamo come affidatari dei lavoratori ma è difficile scalfire meccanismi radicati”. La Caritas diocesana opera anche “a livello di sensibilizzazione perché le nostre piccole comunità non sono abituate alla presenza dello straniero e ne hanno paura, mentre i poveri ‘italiani’ si sentono in qualche misura spodestati”. Il progetto della Commissione regionale per l’immigrazione “richiede una assunzione di corresponsabilità: delle istituzioni regionali, dei Comuni per dividersi l’ospitalità dei lavoratori e offrire un’accoglienza più dignitosa, dei datori di lavoro perché non facciano ricorso ai caporali e dei lavoratori stessi chiamati a pagare una cifra irrisoria per l’ospitalità proprio nel segno di un coinvolgimento attivo”. a cura di Chiara Santomiero(15 gennaio 2010)