Quanto accaduto a Gravina, afferma D’Ambrosio, è "una di quelle situazioni di disagio che ci commuovono nella misura in cui non ci toccano. Sono solo evento mediatico per una fugace partecipazione. Al tempo stesso, realtà che preferiamo non trattare quando scomodano le responsabilità delle istituzioni educative, sociali e politiche". In altri termini, aggiunge il docente, "il dare un senso all’accaduto non spetta solo alla famiglia o alla scuola interessate, o agli psicologi e agli inquirenti, ma a tutti, specie a coloro che sono coinvolti nell’attività educativa. Spetta cioè la fatica di capire cosa succede a tanti emarginati, specie adolescenti, al di là dei casi particolari; ponendosi non nella direzione di accertare cause e colpe prossime compito che non ci appartiene ma di responsabilizzarci su quelle remote che coinvolgono tutti i soggetti e i luoghi sociali e politici". E tutto ciò, prosegue D’Ambrosio, "lo facciamo anche da credenti. Chiedersi dove fosse Dio nel momento della tragedia di questi piccoli è spontaneo. Ricordare, invece, che Cristo non ha mani, ma ha soltanto le nostre mani per salvare gli ultimi, è rispondere alla domanda su Dio con la forza dell’amore, concreto e quotidiano".