CALABRIA
Una proposta di legge a favore delle fasce più deboli
“Istituzione del reddito sociale – sostegno al reddito in favore dei disoccupati, inoccupati o precariamente occupati”. È questo l’oggetto di una proposta di legge regionale presentata in Calabria. “Una proposta – si legge nella relazione introduttiva – che intende istituire un fondo, mediante erogazione di un contributo economico, e la realizzazione di una rete di servizi integrati a sostegno di fasce deboli della popolazione: disoccupazione di lungo periodo, precarietà, povertà, ma anche sostegno a studenti meritevoli con basso reddito familiare”. Il salario sociale – spiega il testo – è inteso “non come sussidio, ma come strumento di dinamizzazione del mercato del lavoro e di costruzione di percorsi di nuova professionalità”. In Calabria il livello di disoccupazione giovanile raggiunge la punta del 65%, mentre in Europa la media dei giovani sotto i 25 anni in cerca d’occupazione è del 17%. Destinatari dei benefici previsti sono tutti i maggiorenni residenti in Calabria che percepiscono un reddito individuale imponibile netto annuo non superiore a 7.500 euro e hanno un rapporto o tipo di lavoro non a tempo pieno e indeterminato: disoccupati, inoccupati e studenti universitari che risiedono separatamente dai propri genitori. Inoltre, sono destinatari dei benefici i lavoratori che, pur essendo titolari di rapporti di lavoro a tempo pieno e indeterminato, subiscono, per effetto dell’astensione dal lavoro durante il periodo di congedo di maternità o di paternità, una riduzione percentuale della propria retribuzione tale da determinare la percezione di un reddito individuale annuo non superiore a quello previsto dalla proposta di legge. “La Calabria – secondo i promotori della proposta di legge – si trova a dover fronteggiare la situazione di precarietà e provvisorietà sociale di migliaia di famiglie calabresi, perciò lo strumento del reddito sociale diventa una misura fondamentale che combatte la piaga del lavoro nero e del precariato”.No a una mera elargizione monetaria. I contenuti della proposta lasciano “perplesso” il presidente delle Acli calabresi, Saverio Sergi, “soprattutto se, come sembra, si risolvono in una mera elargizione monetaria. Tali sussidi, a volte, possono scoraggiare la ricerca, difficile, di un’occupazione, potendo contare su un assegno (magari anche di modesta entità) che arriva fino a casa e consente di campicchiare con qualche altra attività”. “La filosofia della proposta – aggiunge Sergi – dovrebbe essere un’altra. Coniugare la solidarietà con la sussidiarietà. Quest’ultima, in particolare, impone comunque degli obblighi verso la collettività: lo Stato o le istituzioni intervengono per ciò che il singolo non può fare; ma qualcosa il singolo deve pur fare”. Il presidente delle Acli si dice favorevole a tutti quegli interventi che “riducano costi e spese (le cosiddette agevolazioni finanziarie) e a quelli che sostengano, con prestiti o altro, l’avvio di attività micro-imprenditoriali”. “In ultima analisi – spiega – condizionerei l’erogazione di tali sussidi di ‘povertà’ all’effettuazione di prestazioni in favore della collettività. Ciò che in definitiva, in via di principio, va rigettato è l’idea di un ‘reddito da cittadinanza’: l’essere cittadino è uno status, che comporta diritti ma anche e soprattutto doveri. Rispetto poi ai beneficiari, perché non includere ragazze madri, vedove disoccupate con figli minori, famiglie con figli in difficoltà?”. “Mi rendo conto – conclude Sergi – che è un terreno scivoloso e soprattutto grande è il rischio di passare per insensibili, però alcune cose vanno dette per non cadere in facile demagogia dato che, in una regione come la nostra, la platea dei beneficiari è sicuramente così vasta da rendere impossibile l’operatività della stessa proposta per mancanza di copertura finanziaria”.Proposta di legge pericolosa. Di “ennesima” legge proposta per “contribuire a favorire l’immobilismo dei cittadini calabresi da sempre abituati a ricevere sussidi pubblici senza dare in cambio nulla” parla il direttore della Caritas regionale, don Ennio Stamile. “Questa legge – spiega – potrebbe favorire il precariato e il lavoro nero. Infatti, condizione di accesso ai benefici è di avere un reddito basso o inesistente ed essere soggetti titolari di un rapporto di lavoro non a tempo pieno e indeterminato, disoccupati, inoccupati, studenti universitari che risiedono separatamente dai propri genitori”. “Molti datori di lavoro – aggiunge – avranno il pretesto, favorito dai lavoratori compiacenti, di non assumere o assumere con contratti precari per consentire l’accesso al fondo”. Don Stamile si dice “favorevole” all’art. 5 della proposta di legge, che prevede delle “agevolazioni finanziarie”, interagendo con le fondazioni e istituti bancari per favorire l’accesso al credito a tassi agevolati e con garanzie. E conclude: “Aggiungerei un comma per le piccole imprese, che molto spesso hanno poche possibilità di accedere al credito e che contribuiscono a creare occupazione e reddito”.a cura di Raffaele Iaria(05 gennaio 2011)