Nel testo, spiega mons. Ravasi, "si invita innanzitutto a pregare perché Dio «illumini i cuori», così che anche gli Ebrei «riconoscano Gesù Cristo come salvatore di tutti gli uomini»"; in altri termini, "si chiede a Dio, «che vuole tutti gli uomini salvi», di far sì «che, con l’ingresso della pienezza delle genti nella Chiesa, anche tutto Israele sia salvo»". Quanto ai contenuti, osserva il presidente del dicastero vaticano, "la Chiesa prega per aver accanto a sé nell’unica comunità dei credenti in Cristo anche l’Israele fedele. È ciò che attendeva come grande speranza escatologica san Paolo", e ciò che "lo stesso Concilio Vaticano II proclamava" nella "Lumen gentium". Per la Chiesa, precisa, la "sorgente di salvezza" è "Gesù Cristo". Di qui "l’atteggiamento caratteristico dell’invocazione orante secondo il quale si auspica anche alle persone che si considerano vicine, care e significative, una realtà che si ritiene preziosa e salvifica". Certo, ammonisce l’arcivescovo, ciò "deve avvenire sempre nel rispetto della libertà e dei diversi percorsi che l’altro adotta. Ma è espressione di affetto auspicare anche al fratello quello che tu consideri un orizzonte di luce e di vita". In tale prospettiva, conclude, "l’Oremus in questione pur nella sua limitatezza d’uso e nella sua specificità può e deve confermare il nostro legame e il dialogo con" il popolo ebraico.” “