Non "una proposta programmatica di adesione teorica né una strategia missionaria di conversione", bensì "la visione cristiana" e "la speranza della Chiesa che prega". Così, sulla prima pagina de "L’Osservatore Romano" di oggi, mons. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, sintetizza lo spirito del nuovo "Oremus et pro Iudaeis" per la liturgia del Venerdì Santo. "Un intervento su un testo già codificato e di uso specifico, riguardante la Liturgia del Venerdì Santo secondo il Missale Romanum nella stesura promulgata dal beato Giovanni XXIII, prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano II", rammenta mons. Ravasi, precisando che si tratta di un testo "già cristallizzato nella sua redazione e circoscritto nel suo uso attuale, secondo" le disposizioni "contenute nel motu proprio papale Summorum Pontificum dello scorso luglio". Due le considerazioni del presule, volte a individuare "le caratteristiche teologiche di questa preghiera, in dialogo anche con le reazioni severe che essa ha suscitato in ambito ebraico". La prima, di carattere testuale, rivela che "la trentina di parole latine sostanziali dell’Oremus è totalmente frutto di una «tessitura» di espressioni neotestamentarie. Si tratta, quindi, di un linguaggio che appartiene alla Scrittura Sacra, stella di riferimento della fede e dell’orazione cristiana". (segue)