AFRICA E RESTO DEL MONDO: NOTA SIR

Pubblichiamo la nota SIR di questa settimana.

"La speranza sembra quasi vinta dal sinistro corteo di fame e di morte": Benedetto XVI, nel discorso al Corpo diplomatico aveva avuto accenti forti per la situazione in Africa, a partire dal Darfur, attraverso la Somalia, il Kenya, per non parlare del conflitto endemico ormai nelle regioni orientali della repubblica democratica del Congo. Oggi il quadro, se possibile, si è ulteriormente aggravato con la crisi del Ciad. Si tratta di contesti e di casi tra loro diversi, come sottolinea un articolato e coraggioso documento dell’Ufficio per la cooperazione missionaria tra le Chiese della Cei. Ma comune è "la drammatica situazione umanitaria e la crescente insicurezza che travagliano questi Paesi". Che fare? Emergono due linee d’azione immediate. Innanzitutto la necessità di venire prima di tutto incontro alle popolazioni. Chi paga i conflitti è "una moltitudine di gente innocente": occorre fare fermamente pressione sui governanti e sugli organismi internazionali. Già il Papa aveva invitato con forza "tutti e specialmente i responsabili politici a cercare con il dialogo una soluzione pacifica, fondata sulla giustizia e la fraternità". La seconda e convergente linea d’azione è la presenza stessa della Chiesa: "Essa fa proprie le domande di aiuto dei rifugiati e si impegna a favorire la riconciliazione, la giustizia e la pace". Ci sono, in Africa e, in particolare, proprio in tanti di questi Paesi più direttamente colpiti oggi dalla guerra e dai conflitti interni, tanti, tanti missionari, missionarie, sacerdoti fidei donum e volontari cattolici e non pochi di questi proprio di nazionalità italiana che operano in prima linea a servizio dei più bisognosi, che si spendono senza chiedere nulla in cambio e, "pur nell’insicurezza e nel disagio, rimangono in quelle regioni per portare aiuto e sollievo agli abitanti". Ogni missionario, ogni volontario poi è il terminale di una rete di solidarietà, di impegno, di aiuto, che dà frutti anche qui da noi, nel tessuto delle nostre comunità: a questa forma di presenza, così radicata e capillare, diventa sempre più urgente accompagnare una presa di posizione collettiva, una forma di pressione pubblica. Anche perché l’Africa – e la delicata e cruciale quadrante del cosiddetto "corno d’Africa" in modo del tutto particolare – non è, come potrebbe apparire a prima vista, un continente alla deriva, abbandonata dalla storia. L’Africa è piuttosto una sorta di retrovia, in cui si gioca, quasi per procura, la grande partita dell’evoluzione degli equilibri e degli interessi geo-strategici mondiali. La questione dello sviluppo dell’influenza cinese e quella dell’evoluzione dell’Islam nel senso radicale, che in questi anni rappresentano alcuni degli elementi più significativi di novità, vedono proprio in Africa un terreno privilegiato di sperimentazione. Evitare che nuovi conflitti si aggiungano a quelli tradizionali diventa così un impegno e una priorità per tutti. Anche per rompere la crosta di provincialismi diffusi e perdenti.