Un’ulteriore fonte di sofferenza giovanile, spiega ancora Cantelmi, "è lo scontrarsi con i propri limiti e con l’incapacità di realizzarsi a livello umano e professionale, scoperta che provoca un misto di rabbia e impotenza". Ma lo psichiatra precisa: "Se da un lato crescere significa riconoscere le proprie fragilità ed accettare il senso del limite", dall’altro "la cosiddetta mancata autorealizzazione nasconde spesso un ritardo della transizione a ruoli adulti che non dipende soltanto dalle attuali difficoltà abitative e di inserimento lavorativo", ma "è soprattutto il risultato della perdita della capacità di assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Ciò che oggi è inquietante, è la forte attenuazione del senso di responsabilità nelle nuove generazioni: si tende a rimandare qualsiasi decisione in una sorta di diffusa deresponsabilizzazione assurta a stile di vita, cui è urgente guardare con franchezza per tentare di porvi rimedio". Più che il contesto socioeconomico, a preoccupare Cantelmi è il contesto pedagogico-educativo: "Quanti adulti sono in grado di affrontare le proprie responsabilità costituendo un modello per i propri figli?". Più in generale, come aiutare i giovani di fronte alla sofferenza? "Attraverso una forte relazione educativa familiare che sappia offrire convincenti risposte di senso e forti ragioni di vita".