La presenza di questa popolazione – dice al Sir mons. Paolo Tarchi, direttore dell’Ufficio per la pastorale Sociale della Cei ci porta ad un "approccio reciproco che ci chiede di accelerare i processi di conoscenza e di integrazione cercando di superare pregiudizi che non mancano mai nei confronti degli stranieri e dall’altro chiedere loro di sentirsi parte di un territorio che è ormai è patria comune e quindi anche patria loro". I 14 mesi successivi all’ingresso della Romania nell’Ue si legge in un comunicato – sono stati caratterizzati "dall’entusiasmo dei nuovi arrivati e dalla paura da parte nostra, che, alimentata da alcuni episodi di violenza, ha portato ad accentuare l’allarme sicurezza e la diffidenza nei confronti della collettività romena e ancor di più dei rom. Tuttavia, una ferma condanna di questi episodi di violenza non deve portare a generalizzazioni ai danni di un’intera collettività e a confondere l’immigrazione con l’illegalità". La ricerca fa notare che fino alla seconda guerra mondiale noi italiani eravamo immigrati "ben accolti" in terra romena, dove attualmente operano circa 20 mila imprese italiane. Partendo dal "controverso caso" dei romeni i relatori del convegno di domani spiegheranno che l’immigrazione è sì "una questione di sicurezza, ma anche molto di più".