CAMPANIA
Il “Patto per Castelvolturno”
È stato firmato, il 23 marzo, presso la sede dell’assessorato alle Politiche sociali della Regione Campania, il “Patto per Castelvolturno”. Il documento, proposto dall’assessore Alfonsina De Felice, è stato sottoscritto da mons. Bruno Schettino, arcivescovo di Capua, e dal prefetto Mario Morcone, capo Dipartimento per l’immigrazione e per le libertà del ministero dell’Interno. Gli obiettivi che s’intendono perseguire sono diversi. Il primo è “armonizzare e mettere a sistema le politiche di tutti i soggetti presenti e operanti sul territorio, per realizzare una politica di integrazione e coesione fra tutti gli attori, istituzionali e non”. Il secondo “equilibrare la presenza di migranti sul territorio, evitando la concentrazione nella sola città di Castelvolturno”; il terzo “creare un filtro, al momento dell’arrivo in Italia dei migranti, per disincentivare il flusso di ingresso a Castelvolturno”. Il quarto prevede la facilitazione del “transito dei migranti sul territorio nazionale” e il quinto la costruzione di “processi di inclusione sociale attraverso una rete di accoglienza strettamente connessa al welfare locale”. L’ultimo obiettivo è “distribuire sull’intero territorio casertano gli insediamenti di migranti, condividendo strategie occupazionali e abitative tra territori limitrofi e aumentando la qualità dei servizi di mobilità locale”.Strumento utile. “Penso che il patto possa essere uno strumento molto utile per la sua semplicità, per la brevità e la concretezza”, afferma Antonio Casale, direttore del Centro immigrati “Fernandes” della Caritas diocesana di Capua. Casale apprezza l’idea “di un potenziamento dei servizi sociali, cioè di tutto quello che riguarda le politiche sociali sul territorio: nel patto, infatti, si prevede un rafforzamento sia delle associazioni di volontariato che operano in loco sia delle strutture comunali deputate alle politiche sociali”. Gli altri punti del patto, secondo il direttore del Centro Fernandes, “sono un po’ più generali come la possibilità di controllare e governare i flussi di immigrati che giungono a Castelvolturno dai centri di prima accoglienza o di orientare, attraverso un lavoro di rete con le prefetture, meglio questi flussi”. Secondo Casale, infatti, “Castelvolturno e Napoli rappresentano una sorta di rifugio”, dove si concentra un gran numero di immigrati “soprattutto irregolari”. Senza controllo. Condivide il patto? “Il primo obiettivo, quello del rafforzamento della rete sociale e dei servizi, sicuramente sì – risponde il direttore del Centro Fernandes -; è un’aspirazione che coltiviamo da tanto tempo. Sentiamo tanto bisogno di attivare servizi sul territorio che servano ad aiutare queste persone nelle situazioni di maggiore degrado sanitario, sociale, lavorativo. Questo obiettivo mi sembra raggiungibile presto. Gli altri di carattere più generale sono più complessi, ma noi riteniamo che se si lavora bene nel campo sociale e in quello dello sviluppo dell’area, automaticamente si raggiungono anche gli altri punti del patto. Finora il territorio di Castelvolturno è stato poco controllato, dando la sensazione che qui si possa vivere in ogni caso e in ogni condizione senza troppe difficoltà. Se ci sarà un maggior controllo, indirettamente si scoraggerà l’eccessivo numero di immigrati nella zona”. In effetti, “la realtà di Castelvolturno dal punto di vista dell’immigrazione è composita: da un lato vi è un certo numero di immigrati che sono ormai stabili sul territorio da anni, hanno le loro famiglie e questi si sentono ancora preoccupati dopo la strage di settembre scorso in cui furono uccisi dalla camorra un gruppo di immigrati africani. Poi c’è un grande afflusso di nuovi arrivi e di persone di passaggio, che non hanno vissuto quel momento e non condividono questa sensazione di paura, piuttosto un sentimento di sbandamento, di non sapere cosa fare perché sono tanti, il lavoro è poco e i punti di riferimento ancora meno, tranne noi, la Caritas e poche altre associazioni”. Servono opere di bene. È più scettico il padre comboniano Giorgio Poletti, guida della “parrocchia di tutti gli immigrati della zona”. “È un patto utile a cosa? Chi opera concretamente sul territorio?”, si chiede, aggiungendo: “C’è troppa burocrazia. Sto cercando di capire cosa vuol dire di fatto questo patto, ci sono tanti protocolli, ma alla fine non si viene mai al sodo”. Padre Poletti insomma non crede “alle chiacchiere ma ad azioni concrete, significative e quotidiane, non fatti eccezionali. Tanta gente dovrebbe avere più rispetto per questo territorio colonizzato da tutti. Purtroppo, gli immigrati sono il business degli anni duemila: c’è un pullulare di progetti che non hanno consistenza”. Cosa si deve fare, allora, concretamente? “Bisogna venire qui e viverci, lavorarci, darsi da fare giorno per giorno”, sostiene. Insomma, “servono opere di bene su un territorio che in un modo o nell’altro non esiste più”, per il degrado e la criminalità. Una situazione anche difficile da scardinare? “Qui – suggerisce padre Poletti – abbiamo bisogno di 80 anni di buon governo, di occupazione, di lavoro. Non bisogna venir qui con una mentalità da colonizzatori o con progetti non studiati sulla realtà, perciò invito prima a venir qua a lavorare e a condividere la vita con questa gente. Solo dopo si fanno progetti”.a cura di Gigliola Alfaro(01 aprile 2009)