EMILIA ROMAGNA

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A un mese dall’approvazione dell’utilizzo della Ru486

A oltre un mese dall’approvazione, da parte dell’Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna, di una risoluzione sull’utilizzo della pillola abortiva Ru486 (30 novembre 2005), è ancora vivo il dibattito sull’opportunità o meno di “facilitare” l’interruzione di gravidanza.”Il modo con cui viene presentata la pillola rischia di banalizzare un gesto che resta comunque grave – sottolinea mons. CARLO CAFFARRA, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale regionale, nonché membro del Comitato di presidenza del Pontificio Consiglio per la famiglia e membro della Pontificia Accademia per la vita –. Si tratta pur sempre di un aborto e più ce ne sono, peggio è. Pertanto, qualunque facilitazione è da ritenersi negativa”.Il testo avvallato dall’Assemblea, facendo riferimento all’applicazione della legge 194/78, parla di “rispetto dell’integrità fisica e psichica della donna” e di “riduzione del rischio legato all’interruzione di gravidanza”, basandosi sul fatto che “la pratica farmacologia per l’interruzione volontaria della gravidanza è uno strumento già testato in molti Paesi del mondo”.Per prendere la pillola servirebbe, comunque sia, “una richiesta (del medico, ndr) sempre nominale e corredata del consenso informato della donna”; a tal proposito s’invita la Giunta “ad emanare, alla luce dei principi sopra indicati, una corretta informazione sulle modalità di accesso al farmaco nei confronti dei medici e delle strutture ospedaliere che ne facciano richiesta”.Superare le cause dell’aborto. “L’aborto è una violenza fisica, psichica e spirituale, e per questo non è lecito far passare una modalità più facile per abortire”. È un rifiuto deciso della pillola quello espresso da Ermes Rigon, presidente del Comitato regionale per i diritti della famiglia.”Compito primario delle istituzioni pubbliche, e quindi anche della Regione, che riconoscono il valore sociale della maternità – ribadisce Rigon – è la garanzia del diritto alla procreazione cosciente e responsabile e la tutela della vita umana”. Pertanto “il loro primo impegno non dovrà tanto riguardare la possibilità di utilizzo di nuovi strumenti che possano agevolare l’aborto, quanto piuttosto la più corretta applicazione della 194, che le impegna a contribuire e a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza”.Nel 2004 in Regione si sono registrati 11.839 aborti, per un terzo effettuati da donne immigrate. “Si tratta di un dato che fa riflettere – conclude Rigon –: queste donne devono potersi accostare a servizi pubblici che sappiano aiutarle ad affrontare la maternità, riconoscendo che si tratta di un valore che investe tutti noi, poiché in gioco è il futuro della nostra società”.Evitare la banalizzazione. L’assessore regionale alle politiche per la salute, Giovanni Bissoni, chiarisce che non si tratta affatto di “un metodo di contraccezione”, quanto piuttosto di “una possibilità in più per la donna che voglia interrompere la gravidanza”.La pillola è un metodo abortivo che “al di là di tutto resta meno invasivo di un intervento chirurgico”, precisa l’assessore, spiegando la filosofia che sta alla base della risoluzione: “Noi riteniamo che giustamente, come la norma prevede, debbano essere la donna e il clinico a decidere: alla Regione e al Ministero non spetta privilegiare un sistema rispetto ad un altro”.Tuttavia, in molti temono il rischio della banalizzazione di un gesto che provoca pur sempre l’uccisione di un individuo. “Chi è contrario all’utilizzo della pillola non vuole certo che la donna soffra, ma piuttosto che quando compie quest’atto sia ben consapevole di ciò che fa – precisa Aldo Mazzoni, medico e presidente del Centro di consulenza bioetica “A.Degli Esposti” di Bologna –. L’aborto non è un’attività fisiologica. Certo, se in coscienza non si ritiene che l’embrione sia un essere umano, i problemi etici spariscono, ma restano vivi quelli relativi ai rischi per la salute della donna”.Pericoli per la salute della donna. Mazzoni evidenzia come “ci siano stati casi di donne morte in seguito a complicazioni dovute all’assunzione della pillola”. “Questo – aggiunge – introduce ragioni di ordine sanitario che indurrebbero alla prudenza: l’assunzione della Ru486 richiede procedure più facili e rapide di un intervento, ma così si rischia di arrivare alla trasformazione di una pratica che dovrebbe essere ragionata in una semplice procedura farmacologica”.Per questo motivo, occorre non sottovalutare il ruolo dei consultori. “La gran parte delle donne che vogliono abortire già oggi arrivano alla clinica direttamente dal medico di base – denuncia Mazzoni –. Ma è un errore. Bisogna riconoscere il ruolo del consultorio, e far sì che possa agire proponendo soluzioni alternative a donne che, disperate, non ne intravedono”.”D’altronde – conclude – se tutti sono concordi nell’affermare che l’aborto è un dramma, allora dovrebbero battersi alla ricerca di soluzioni che lo possano evitare, e non che lo rendano più accessibile”.(13 gennaio 2006)