EMILIA ROMAGNA
Rapporto regionale su donazione e trapianto di organi
L’Emilia Romagna, con 30,6 donatori per milione di abitanti e un incremento del 20,8% nell’ultimo anno, è ai primi posti nella donazione di organi in Italia. Un primato che ha permesso, nel 2005, di effettuare 409 trapianti: 200 di rene, 156 di fegato, 42 di cuore, 7 d’intestino e 4 di polmone; a questi numeri vanno sommati i trapianti di cellule e tessuti, conservati nelle banche regionali.I dati provengono dal Rapporto 2005 sull'”attività di donazione e trapianto di organi e tessuti”, curato dalla Regione, dal Centro riferimento trapianti dell’Emilia Romagna e dall’Azienda ospedaliero-universitaria di Bologna.Il rapporto si occupa anche dei tempi d’attesa per sostenere le operazioni, rilevando dati generalmente migliori rispetto alla media nazionale: 2,5 anni per il trapianto di rene (contro i 2,9 su scala nazionale), 10 mesi per il trapianto di cuore (mentre l’attesa media in Italia è di 2 anni). Per quanto riguarda il trapianto di fegato, la media è di 1,6 anni, non distante dal dato nazionale (1,4 anni).Il sistema regionale dei trapianti in Emilia Romagna si sta organizzando secondo il modello “Hub and Spoke” che consiste in un decentramento delle funzioni di routine legate all’assistenza post-operatoria: le visite di controllo potranno essere svolte in ospedali vicini alla residenza del trapiantato, legati in rete tra di loro e con i “centri trapianto” che eseguono gli interventi. Questi ultimi, invece, si occuperanno a livello centralizzato delle operazioni ad alto livello di responsabilità.”Quando si parla di trapianto di organi, è ormai scontato considerare l’Emilia Romagna come un modello di riferimento, dove la qualità è al top, e questo ci richiede ancora maggiore responsabilità”. Walter Franco Grigioni, direttore del dipartimento onco-ematologico e del laboratorio di patologia molecolare dei trapianti dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Bologna, riconosce il compito di “capofila” della sanità emiliano-romagnola.Proprio per questo, parte dall’Emilia Romagna l’introduzione nelle procedure che regolano i trapianti del modello “Hub and Spoke”. “Oltre il 65% dei pazienti che subiscono un trapianto spiega Grigioni – proviene da fuori Regione, e per la stragrande maggioranza dal Sud Italia. Fino a ora erano costretti a lunghe e costose trasferte anche per un semplice controllo; con questo sistema, invece, le frequenti visite di routine potranno farle vicino a casa”.Non si tratta di un allontanamento del paziente operato, chiarisce il presidente dell’Associazione nazionale trapiantati Gianluigi Topran D’Agata: “Il rapporto con il medico che ha fatto l’intervento rimane, tant’è che spesso s’instaura un legame di amicizia che va al di là del semplice dato professionale. In più, però, si crea un supporto a livello locale, costituito da un medico che conosce la realtà dei trapianti e può, comunque, entrare facilmente in contatto con il Centro trapianti che ha operato l’intervento”.”Così il trapiantato diventa una persona normale, non più costretta a snervanti e costose trasferte conclude Topran . Inoltre si diffonde la conoscenza della realtà dei trapianti in quei luoghi dove è ancora poco diffusa”. Per Grigioni, in questo modo si dà corpo a un “solidarismo regionale maturo, dove chi è più avanti dà un sostegno a chi, per motivi storici, culturali o di altra natura, è rimasto indietro”.”Il trapianto degli organi ha alla base una scelta ottima, quella della donazione, che va incoraggiata per trovare sempre più risposte a livello di opinione pubblica”, sottolinea Luigi Frizziero, presidente della sezione di Bologna dell’Associazione medici cattolici italiani (Amci). “Da parte dei media serve un’informazione corretta, mentre l’istituzione ha il compito di garantire le linee guida, che devono sempre essere basate sulla garanzia e sul rispetto”. Spesso, invece, le sorti di una donazione sono dettate dall’emotività del momento.”Il giorno dopo la messa in onda di un film che parlava di un improvviso risveglio dal coma, ad esempio, abbiamo registrato due rifiuti da parte dei congiunti di persone in stato di morte cerebrale”, spiega Lorenza Ridolfi, coordinatore del Centro riferimento trapianti dell’Emilia Romagna.”Ma bisogna sempre fare le dovute distinzioni quando si trattano questi temi prosegue . Così, in Italia smettere di alimentare una persona in coma cronico equivale all’omicidio, ma ciò è diverso dalla condizione di morte encefalica. In quest’ultimo caso, il cuore non può battere più per molto tempo, anche con l’ausilio dei macchinari. Il coma cronico vegetativo, invece, pur essendo uno stato irreversibile, perché non si può tornare indietro, non equivale alla morte encefalica, momento da cui possono prendere il via le procedure per l’espianto e la donazione degli organi”.a cura di Francesco Rossi(05 aprile 2006)