EMILIA ROMAGNA

Genitori “a termine”

Una direttiva regionale “in materia di affidamento familiare”

“Non avendo dovuto affrontare la chiusura degli istituti per minori, da noi già compiuta anni fa, ci siamo potuti permettere di guardare avanti”. Così la Regione Emilia Romagna stigmatizza la “Direttiva in materia di affidamento familiare e accoglienza in comunità di bambini e ragazzi”, approvata nei giorni scorsi, frutto di un lavoro collettivo che ha visto coinvolti, oltre alla Regione, gli enti locali e i soggetti pubblici e privati impegnati nell’accoglienza.Tra le peculiarità del provvedimento, un percorso formativo per gli operatori e per le famiglie affidatarie, un accompagnamento per queste ultime durante l’affidamento e l’introduzione di nuove tipologie di comunità, come quelle semiresidenziali socio-educative o educativo-psicologiche e le residenze di transizione per ragazzi prossimi alla maggiore età o neo maggiorenni. Al 31 dicembre 2005, sono 50.592 i minori in carico ai servizi sociali della regione, pari all’8,2% della popolazione minorile residente. Di questi, 1.084 sono in affidamento eterofamiliare (famiglia senza legami di parentela con quella del minore in affido), 1.485 accolti in comunità e 439 affidati a parenti.Una nuova cultura. La direttiva vuole “ripensare gli strumenti per l’accoglienza di bambini e ragazzi”, alla luce dei cambiamenti normativi e culturali intervenuti negli ultimi anni. Lorenzo Campioni, responsabile del Servizio politiche familiari, infanzia e adolescenza della Regione Emilia Romagna, al cui interno opera l’Osservatorio infanzia e adolescenza, ricorda come già nel 2000 fossero state emanate due direttive regionali in materia. Ma da allora a oggi si è sviluppata una “cultura dell’accoglienza” che ha reso necessario il nuovo provvedimento. Secondo Maria Teresa Pedrocco Biancardi, psicologa e psicoterapeuta, “il salto di qualità che la direttiva compie sta nel pensiero che il bambino allontanato dev’essere aiutato a rientrare in famiglia”. Per questo “è importante rendere il più possibile efficaci i tempi dell’allontanamento, attraverso famiglie affidatarie preparate, comunità non generaliste e con un rapporto personale tra educatori e ospiti”.La temporaneità dell’affido, difatti, è un primo pilastro della direttiva, che prevede, osserva Campioni, “un lavoro dei servizi sociali con la famiglia d’origine, per farle superare quelle condizioni che hanno portato all’allontanamento del minore”, nonché corsi di formazione per le famiglie affidatarie, “novità assoluta, svolti fino ad ora solo sporadicamente dalle associazioni familiari”. Temporaneità che sta anche alla base della pluralità di strutture istituite per “personalizzare l’intervento”, e di cui sono particolarmente significative le comunità semiresidenziali, “che permettono al bambino, la sera, di tornare a casa”. Affidi lunghi. Ma non tutti gli affidi sono per un breve tempo. Anzi, “ce ne sono anche a tempo indeterminato”, osserva Maurizio Millo, presidente del Tribunale per i minorenni di Bologna. Si tratta di casi “dove le carenze familiari sono gravi: vite sregolate, problemi di tossicodipendenza, disagio mentale o sociale, o anche solo conflitti sui coniugi che si riversano sui figli”. Situazioni dove non si può tagliare definitivamente i ponti con la famiglia d’origine come avviene con l’adozione, ma neppure optare per una scelta “temporanea”. In questi casi, sottolinea, “bisogna superare una visione ideologica del problema, che vede solo i due estremi, risolvibili con l’adozione e l’affidamento temporaneo”, a favore di “una regolamentazione che dia poteri e garanzie alle famiglie che hanno affidamenti lunghi”; ma, riconosce Millo, è compito del Parlamento, e nulla può fare la direttiva regionale, verso la quale esprime “adesione alle linee di fondo e alle modalità con cui sono state formulate”.Servizio per la comunità. Nel testo si parla anche del contributo economico per chi prende in affidamento un minore, che ora è di circa 500-600 euro al mese. “Questo contributo – spiega Campioni – verrà periodicamente rivisto dalla Giunta regionale per adeguarlo all’aumento del costo della vita; in più, in caso di situazioni particolari, può essere incrementato fino al 30%, mentre per chi accoglie disabili gravi l’aumento arriva al 50%”. Un importo che ha anche una finalità culturale. “Così si mostra pubblicamente che queste famiglie, che si aprono all’accoglienza, stanno svolgendo una missione. Il contributo è un piccolo segno che la comunità si assume nei loro confronti”.Accoglienza da sviluppare tra gli immigrati, “che vanno visti come una risorsa, e non solo come bisognosi di assistenza”, osserva Pedrocco Biancardi. Sono, infatti, in crescita i minori stranieri in stato di affido. “Alcune famiglie – evidenzia la psicologa – accolgono bambini di altre etnie e religioni, e questi affidi funzionano”. Ma serve “una grande sensibilità” e ancora tanti finiscono nelle strutture. “La direttiva incentiva l’affidamento a famiglie omogenee, che in tal caso significa affidare a una famiglia straniera un minore della sua etnia”, sviluppando al contempo una mentalità, conclude, “che valorizza e coinvolge l’immigrato”.a cura di Francesco Rossi(28 giugno 2007)