EMILIA ROMAGNA
Immigrati e referendum consultivi regionali
Ammettere al voto, limitatamente ai referendum su provvedimenti regionali, gli stranieri che vivono stabilmente in Emilia Romagna, anche se non hanno la cittadinanza. È uno dei passaggi della legge regionale approvata lo scorso 27 maggio, che modifica e integra il “Testo unico in materia di iniziativa popolare e referendum” del 1999. Possono apporre la propria firma in calce alla richiesta di referendum consultivo e votare “gli iscritti nell’anagrafe della popolazione residente dei Comuni della Regione, purché maggiorenni, ivi compresi gli iscritti privi di cittadinanza italiana se regolarmente e continuativamente residenti da almeno due anni in comuni dell’Emilia Romagna”. L’istruttoria pubblica (nuovo strumento di partecipazione popolare previsto dallo Statuto regionale) può invece essere chiesta anche da stranieri e apolidi, “in quanto regolarmente e continuativamente residenti da almeno un anno in Comuni dell’Emilia Romagna”.Protagonisti nella società civile. Si dice favorevole allo spirito del provvedimento don Sergio Aldigeri, direttore regionale di Migrantes, poiché proprio tale realtà pastorale “ha tra gli scopi fondamentali quello di «promuovere nelle comunità cristiane atteggiamenti ed opere di fraterna accoglienza nel riguardo dei migranti, per stimolare nella stessa comunità civile la comprensione e la valorizzazione della loro identità in un clima di pacifica convivenza rispettosa dei diritti della persona umana»”. Parla di migranti “protagonisti nella società civile della quale fanno parte” don Aldigeri, riferendosi allo Statuto di Migrantes: protagonismo, aggiunge, che passa attraverso “un’adeguata informazione dell’opinione pubblica e stimolando l’elaborazione di leggi di tutela dei migranti per una convivenza più giusta e più pacifica”. Riguardo alla presenza straniera in regione, sottolinea il direttore di Migrantes, “tra regolari e irregolari sono circa 400.000”, pari a “una delle diocesi più numerose dell’Emilia Romagna”. Tuttavia la loro integrazione non è sempre semplice. “Se, da una parte, fanno colpo le loro feste popolari, ed è bello vederli in tali circostanze, dall’altra non fanno altrettanto colpo le loro esigenze di lavoro, integrazione, sentirsi accolti e apprezzati”.Solo apparenza? Più scettica Patrizia Superchi del coordinamento regionale Migrantes, secondo la quale “è una legge apparentemente all’avanguardia, e mi piacerebbe fosse realmente tale, ma di fatto rischia di essere lettera morta”. Infatti, al di là del fatto che quasi mai ci si trova davanti a questo tipo di consultazioni, “il tempo previsto per la residenza è troppo poco”: dopo due anni, infatti, “uno straniero a mala pena conosce l’italiano e non è certo in grado di partecipare attivamente e consapevolmente al processo elettorale”. Dunque, se l’intento del legislatore era quello di favorire l’integrazione degli stranieri, “bisogna tener presente che questa avviene per gradi, e deve partire dal garantire i diritti fondamentali, lavoro e salute in primis“. Così invece non è, denuncia Superchi: pensiamo “al lavoro delle badanti, che dura 24 ore al giorno, talora con pretese insostenibili”, oppure “quanti stranieri non sanno neppure come tutelare il proprio diritto alla salute”. Se queste sono le premesse, si domanda Superchi, “come possono conoscere bene leggi o provvedimenti regionali a tal punto da poter esprimere un giudizio?”. L’esponente di Migrantes ci tiene però a precisare che questa “non è una posizione dettata dalla «paura dello straniero» e non vuol vincolare il voto alla cittadinanza: anzi, è giusto dare a chi può la possibilità d’inserirsi. Però, anziché due anni, sarebbe stato meglio stabilire una soglia più realistica, come ad esempio i cinque anni previsti per la carta di soggiorno”. Chiamati a migliorare la vita della collettività. Tutti quelli che vivono su un determinato territorio devono sentirsi “chiamati in prima persona a dare il proprio contributo perché la vita della collettività migliori”: per questo motivo Roland Jace, di origini albanesi e vicepresidente della Consulta regionale per l’integrazione sociale dei cittadini stranieri, esprime un giudizio positivo verso una legge che “punta a considerare alla pari, nelle scelte di carattere amministrativo, ossia per ciò che incide sulla vita quotidiana, tutti coloro che vivono in uno stesso luogo”. Nessun dubbio, inoltre, sulla scelta dei due anni, “anche perché in realtà, per uno stranierò, corrispondono ad almeno tre o quattro anni di permanenza sul territorio, di cui i primi passati in attesa del permesso di soggiorno e, poi, della residenza”. Proprio a questo riguardo Jace sottolinea come “le priorità vengano definite da un migrante in base alla situazione in cui si trova: se la società non gli riconosce diritti, ma solo doveri, è ovvio che lui si concentrerà solo su come rispettare i criteri di permanenza sul territorio. Quando invece diventa partecipe di una società che gli offre delle opportunità, ecco che – conclude – anche le priorità possono cambiare”.a cura di Francesco Rossi(20 giugno 2008)