EMILIA ROMAGNA
Famiglia e unioni di fatto equiparate nella Finanziaria 2010
Nessuna differenza tra la famiglia unita dal vincolo matrimoniale e le “coppie di fatto”. A stabilirlo, riguardo agli interventi legati al welfare, è il progetto di legge della giunta regionale dell’Emilia Romagna sulla finanziaria 2010, varato lo scorso 11 novembre (e che nelle prossime settimane verrà sottoposto al consiglio regionale). A tal riguardo, la giunta stanzia venti milioni in più contro la povertà, elevando il fondo sociale da 5 a 25 milioni di euro; d’altra parte, si legge nel progetto di legge, “i diritti generati dalla legislazione regionale nell’accesso ai servizi, alle azioni e agli interventi, si applicano ai singoli individui, alle famiglie e alle forme di convivenza” così come stabilito dal regolamento anagrafico laddove parla di “famiglia anagrafica” (art. 4 del Dpr 223/89). Dunque, non ci sarà differenza nelle graduatorie per l’assistenza agli anziani, nell’accesso ai servizi sociali, alla sanità, oppure al semplice prestito d’onore tra chi è legato da un vincolo matrimoniale e chi invece sta insieme per altri motivi. La norma, che dalla Regione è definita “riconoscimento antidiscriminatorio dell’accesso ai servizi”, ha suscitato malumori e perplessità.Proclama politico. Una “norma generica” che sembra “piuttosto un proclama politico”. Paolo Cavana, responsabile dell’Osservatorio giuridico legislativo della Conferenza episcopale regionale, nel mettere in guardia da “giudizi forzati” poiché la legge “non è ancora approvata, ed è da vedere come si comporterà il Consiglio regionale”, rileva la genericità di quanto enunciato. “Qui – osserva – si fa riferimento al regolamento anagrafico, ma bisogna tener presente che la famiglia anagrafica non ha alcuna valenza prescrittiva o normativa”. Quanto scritto nel progetto di legge “si limita ad ampliare l’accesso ad una serie di servizi, quindi sul piano giuridico non è paragonabile ai Dico”. Lo è, invece, su un piano politico, anche se tale equiparazione solleverebbe “molti profili d’incostituzionalità”, poiché “solo lo Stato – ricorda il giurista – ha potestà legislativa in materia di stato civile”, ossia può definire cosa è famiglia e cosa non lo è. Piuttosto, “siamo davanti a una misura che, annunciata come antidiscriminatoria, rischia invece di creare una discriminazione danneggiando ulteriormente la famiglia”. Infatti “l’effetto sicuro che un simile provvedimento può avere – conclude Cavana – non è quello di ampliare il novero dei beneficiari, quanto piuttosto appiattire eventuali benefici riducendo la disponibilità nei confronti delle famiglie”.Parti eguali tra diseguali. Si sofferma sulle “vere e proprie discriminazioni” che si potrebbero generare pure Riccardo Prandini, docente di sociologia della famiglia all’Università di Bologna. “La coppia coniugata e quella non coniugata non sono uguali, pertanto questa norma non è antidiscriminatoria; al contrario, è discriminatorio trattare allo stesso modo realtà diverse”, mette in guardia il sociologo parafrasando quel “non c’è nulla di più ingiusto che far parti uguali tra diseguali” detto da don Milani. Per il sociologo il provvedimento è “grave e risibile allo stesso tempo”, non rappresenta un “attacco alla civiltà”, quanto piuttosto è segno di “un’ideologia spinta agli eccessi”. “Così facendo – rileva – la Regione si rende indifferente rispetto alla responsabilità che un uomo e una donna, con il matrimonio, si assumono pubblicamente”. E, “dando un messaggio contraddittorio”, evidenzia il sociologo, si diseduca rispetto al senso della famiglia in un’epoca in cui “se c’è una risorsa scarsa sono proprio le relazioni affettive stabili tra un uomo e una donna”.Sorpresa e rammarico. “Sorpresa e rammarico” di fronte alla scelta di aprire “a tutte le forme di convivenza la possibilità di accesso ai servizi alla persona pubblici e privati” li esprime il Forum regionale delle associazioni familiari, attraverso il suo presidente Ermes Rigon. Il Forum, precisa Rigon, “considera doveroso il rispetto del diritto di uguaglianza fra i cittadini nell’accesso ai servizi pubblici, senza alcuna discriminazione di razza, sesso, orientamento sessuale, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali”. “Tale doverosa affermazione del diritto di uguaglianza – prosegue – non può tuttavia annullare il dovere, sancito dall’art. 31 della Costituzione, di agevolare con misure economiche e altre specifiche provvidenze l’istituzione familiare”. Da qui, “pur apprezzando in linea generale” l’atteggiamento della Regione rispetto alle politiche di welfare, Rigon esprime “sorpresa e rammarico” perché “la famiglia, la coppia con figli, non viene adeguatamente presa in considerazione come un bene sociale primario per l’intera comunità regionale”, ma è “messa sullo stesso piano delle convivenze di ogni tipo”. “Non viene riconosciuto quindi il grande lavoro di cura che la famiglia, primo grande ammortizzatore sociale, vive nel suo interno”, rimarca il presidente del Forum vedendo in essa il “bene economico per eccellenza”. Ma legiferare “ignorando la famiglia”, conclude, “significa recare grave danno all’autentica crescita dell’intero corpo sociale”.a cura di Francesco Rossi(18 novembre 2009)