"Ho visto volti un po’ più sereni rispetto al momento dello sbarco. I giorni di permanenza al Cpt (Centro di permanenza temporanea, ndr) servono per ammortizzare paure e sofferenze, nonostante si legga ancora sui loro volti l’incertezza del futuro: e ora cosa ne sarà di me? Vivere con questa grossa spada di Damocle sulla testa diventa l’angoscia più grande per questa gente". Inizia così l’intervista a mons. Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, pubblicata sull’ultimo numero settimanale diocesano "L’Amico del Popolo" (in uscita il 15 giugno). Una riflessione raccolta, il 9 giugno, al termine della visita del presule al Cpt per avere esperienza diretta della situazione sbarchi. "Il problema dell’immigrazione afferma il vescovo non può essere solo italiano, ma europeo; né può essere un problema di polizia". Per risolverlo, aggiunge, serve un’"azione concordata tra le istituzioni" e, per parte europea, "la predisposizione di un sistema di formazione e di offerta concreta di lavoro". "Occorre mettersi a tavolino e cominciare a capire cosa significhi «accoglienza» e «integrazione», iniziando ad interrogarci come Chiesa". (segue)