"Quelli che a tale compito non sono stati chiamati non lo ricerchino con superficialità, quelli invece che l’avessero assunto senza la debita riflessione sentano nascere nell’animo una doverosa trepidazione". E’ uno degli ammonimenti contenuti nel "testo forse più organico" di Gregorio Magno: la "Regola pastorale", scritta nei primi anni di Pontificato, in cui il santo tratteggia "la figura del vescovo ideale, maestro e guida del suo gregge". Per San Gregorio il vescovo – ha detto Benedetto XVI durante l’udienza di oggi – "è innanzitutto il predicatore per eccellenza", e come tale "egli deve essere innanzitutto di esempio agli altri, così che il suo comportamento possa costituire un punto di riferimento per tutti". "Un’efficace azione pastorale" richiede, inoltre, che il vescovo "conosca i destinatari e adatti i suoi interventi alla situazione di ognuno". Questo "grande Pontefice", in particolare, "insiste sul dovere che il Pastore ha di riconoscere ogni giorno la propria miseria, in modo che l’orgoglio non renda vano il bene compiuto". Non a caso il capitolo finale della Regola è dedicato all’umiltà: "Quando ci si compiace di aver raggiunto molte virtù vi si legge – è bene riflettere sulle proprie insufficienze ed umiliarsi: invece di considerare il bene compiuto, bisogna considerare quello che si è trascurato di compiere".