LAZIO
Un centro di accoglienza per immigrati; il piano regionale per l’emigrazione
Un centro di seconda accoglienza-residenza per immigrati sarà aperto all’Ipab, Istituto romano di San Michele, grazie alla collaborazione tra la Regione Lazio e il Comune di Roma. La Regione si occuperà della ristrutturazione della palazzina (per cui ha stanziato 1 milione e 300mila euro), spetterà al Comune l’organizzazione del centro. Le iniziative della Regione sull’immigrazione dal punto di vista sociale sono inquadrate da due delibere che pongono le linee guida per gli interventi in materia e che stanziano i fondi, destinati anche alle amministrazioni provinciali, le quali predispongono piani di intervento.L’esecutivo regionale, inoltre, di recente ha approvato il Piano 2006 per l’emigrazione, che prevede la realizzazione di progetti per gli emigrati laziali nel mondo e soprattutto per i loro figli. Obiettivi sono il sostegno degli emigrati in difficoltà, la promozione dei legami con la Regione d’origine con progetti di formazione culturale; vacanze studio per figli degli emigrati per il recupero della lingua italiana e soggiorni estivi per gli anziani; servizi di informazione e consulenza nei settori previdenziale, fiscale e amministrativo; potenziamento dei servizi on line; creazione di un Centro d’ascolto per il sostegno degli emigrati che decidano di rimpatriare. Per realizzare il Piano è prevista una continua ricerca di dati sul fenomeno dell’Università La Sapienza e sono stati stanziati quasi un milione e 500mila euro.Più attenzione agli emigrati. “Un’iniziativa positiva, considerando soprattutto che il Lazio è la quinta Regione di provenienza degli italiani residenti all’estero. Se quanto prefissato sarà realizzato avremo compiuto un importante passo in avanti”. Questa l’opinione sul Piano regionale 2006 per l’emigrazione di Delfina Licata, curatrice del “Rapporto italiani nel mondo” di Caritas/Migrantes, nonché delegata Migrantes alla Consulta regionale del Lazio dell’emigrazione. La maggior parte degli emigrati laziali – sottolinea Licata – “sono o giovani di terza e quarta generazione o anziani emigrati ormai da 30-50 anni. A questi va rivolta l’attenzione: i primi sono il fondamento del futuro migliore, i secondi e la loro assistenza sono per la madrepatria una questione di riconoscimento per l’impegno profuso”.Il Piano è positivo perché mira a superare quelli che “sono, attualmente, i problemi maggiori in tema di emigrazione. Da un lato abbiamo gli anziani indigenti che desiderano tornare in Italia per un viaggio o per rimpatriare definitivamente, scontrandosi con difficoltà finanziarie e con la complessità della burocrazia. Dall’altro, abbiamo giovani che chiedono formazione professionale, corsi di lingua e trasmissione della cultura italiana”. Secondo Licata, è fondamentale “capire chi sono gli emigrati italiani all’estero, quali le loro necessità e bisogni”.La raccolta dei dati affidata all’Università La Sapienza, perciò, deve essere intesa “non in modo semplicistico. Per il Lazio la conoscenza è molto scarsa. Questo non solo perché gli studi sono quasi del tutto assenti, ma soprattutto perché da anni l’attenzione è incentrata sull’immigrazione benché ci siano 200mila laziali sparsi nel mondo. Occorre, quindi, un lavoro di rete che veda, con l’ausilio di mezzi telematici, una maggiore sinergia e dove gli stessi emigrati siano voce attiva delle proposte alle quali poi nelle sedi competenti italiane viene data risposta”.Accogliere. “Gli interventi che vanno nella direzione dell’accoglienza e dell’integrazione sono tutti importanti”. Questo il convincimento di Lorenzo Chialastri, responsabile del Centro ascolto di Roma della Caritas, sulla creazione da parte della Regione di un centro di seconda accoglienza-residenza per gli immigrati. Spesso vi è “il rischio”, come sottolineato da Chialastri, “che dopo il periodo della prima accoglienza la persona non accompagnata a trovare una sistemazione si trovi di nuovo sulla strada. Una risposta di accoglienza di secondo livello pertanto risponderebbe a questa esigenza di accoglienza protetta più leggera, che aiuta a rendersi indipendenti”.Tra le categorie maggiormente a rischio e con maggiore bisogno di sostegno “le famiglie con un solo genitore, i rifugiati, quelli che si trovano in difficoltà rispetto a uno sfratto”. La Regione, anche se “è il Comune di Roma a gestire in convenzione con enti del Terzo settore i centri d’accoglienza soprattutto per richiedenti asilo, rifugiati e beneficiari di protezione umanitaria e in quota parte per motivi di lavoro e familiari, dovrebbe puntare su progetti e azioni che riguardano il lavoro, l’accompagnamento all’inserimento lavorativo tramite, per esempio, tirocini e borse lavoro: senza un contratto di lavoro e una sistemazione alloggiativa idonea lo straniero rischia di tornare nell’irregolarità”.Il fatto che questo progetto regionale si concretizzi attraverso la collaborazione tra la Regione e il Comune di Roma, rappresenta un altro aspetto positivo: “Ritengo opportuno e doveroso il collegamento con gli enti locali e le associazioni che lavorano nel settore – afferma Chialastri – per evitare doppioni inutili e iniziare a mettere in pratica una reale rete di coordinamento dei progetti e servizi”.a cura di Alessia Meloni(21 luglio 2006)