LAZIO
Nido familiare: parte la sperimentazione
Parte la sperimentazione del nido familiare: la Giunta regionale del Lazio ha varato di recente una delibera con cui tra l’altro stanzia 3,3 milioni di euro per incrementare il sistema degli asili. Con la delibera la Giunta ha approvato anche il bando, con scadenza 1° ottobre, per la presentazione di proposte progettuali finalizzate alla formazione di assistenti materne. La stessa delibera ha destinato 1,5 milioni all’avvio in sperimentazione del servizio nido familiare. Il progetto mira a promuovere l’occupazione femminile, a contribuire all’incremento dei servizi di assistenza familiare con i servizi territoriali, per far fronte ai problemi dei genitori che hanno l’esigenza di conciliare i tempi di vita e di lavoro, nonché abbattere le liste di attesa per l’accesso ai servizi per l’infanzia. Nel Lazio gli 11mila posti presenti nei circa 250 asili nido pubblici riescono a coprire meno del 6 per cento della popolazione di bambini tra 0 e 3 anni. Attraverso la sperimentazione del servizio di nido familiare la Regione si propone di raggiungere 1.100 bambini e di formare 220 assistenti materne (una ogni 5 bambini).La famiglia al centro. “L’iniziativa della Regione è un progetto positivo perché mette la famiglia al centro e mira a coniugare i tempi del lavoro con quelli della famiglia”. Questo il commento di Lidia Borzì , presidente delle Acli del Lazio. Secondo Borzì, “il nodo centrale è il tema della conciliazione e quest’iniziativa della Giunta regionale va nel senso di risolvere il problema della carenza di nido, creando anche un sistema virtuoso, cioè dando alle madri disoccupate la possibilità di lavorare”. “C’è bisogno di asili nido – continua – perché altrimenti c’è il rischio che le famiglie normali diventino disagiate: nel caso in cui entrambi i genitori lavorano spesso sono esclusi dalla possibilità di poter usufruire di questo servizio e le spese aumentano sempre più. C’è il rischio che si facciano interventi solo per le situazioni critiche: così le situazioni normali di oggi saranno quelle critiche di domani, con un raddoppio di queste condizioni problematiche”. Ci sono poi i casi, “sempre più frequenti – dice Borzì – di donne con situazioni economiche medie destinate a diventare critiche: molte, infatti, decidono di lasciare il lavoro non appena hanno un figlio perché, proporzionalmente, il danno economico familiare nel breve periodo è inferiore” all’assumere una baby sitter. “Per queste donne è, però, poi difficile rientrare nel mercato del lavoro e questa iniziativa della Regione risolve anche questo nodo”. Per il futuro, secondo la presidente delle Acli del Lazio, “bisogna continuare nel segno di questa delibera e creare delle micro-reti familiari, asili condominiali. Incentivare, insomma, la creazione di asili nido aziendali che devono rispettare tutti i criteri della moderna pedagogia, promuovere il telelavoro che con le moderne tecnologie è sempre più possibile”.Aiutare le famiglie numerose. “Un’eccellente iniziativa anche se c’è ancora tanto da fare per risolvere le problematiche inerenti al nido”. Lo afferma Alessandro Spalvieri , responsabile della sede provinciale di Roma dell’associazione famiglie numerose. “Anzitutto – chiarisce – va stabilito il principio che hanno diritto ad accedere ai nido solo le famiglie con entrambi i coniugi che lavorano. Dovrebbe infatti essere vietato l’accesso a questo servizio a chi ha un coniuge a casa. Ciò perché i nido sono una grossa spesa per l’amministrazione e nascono per aiutare chi ha difficoltà ad accudire i figli perché lavora. Invece, oggi se in una famiglia entrambi i coniugi lavorano non possono usufruire di questo servizio perchè avendo un reddito più alto non hanno precedenza”.Quali criteri? Secondo Spalvieri, nel sistema di accesso ai nido “c’è anche un altro elemento che non funziona: nelle graduatorie sono mandati avanti i casi sociali. Ciò perché sono redatte sulla base dell’Isee (Indicatore di situazione economica equivalente) che tiene conto di uno studio di settore vecchio che deve essere riparametrato, perché gli attuali criteri sono una vera ingiustizia”. Si calcola, infatti, “solo il reddito, senza vedere quanti sono i componenti del nucleo familiare. È poi ovvio che se in famiglia lavora solo una persona il reddito facilmente non potrà che essere più basso in proporzione rispetto ad una dove lavorano entrambi i coniugi”. Questa situazione, ad avviso di Spalvieri, è legata al fatto che “la nostra nazione è progettata per non fare figli: basti pensare che mentre l’aborto è gratuito, nel caso di gravidanza tutto si deve pagare fin dal momento del concepimento”.Una carta dei servizi. Nessun dubbio per l’esponente dell’associazione famiglie numerose: “La Regione deve risolvere il problema dei coniugi che lavorano: nella graduatoria delle emergenze devono venire prima. Dovrebbero essere creati dei servizi ad hoc per famiglie con più figli, oppure far pagare alcuni servizi per il primo figlio, ma non per il secondo. Ciò per evitare che alla fine queste famiglie diventino povere o disagiate. Bisogna studiare una carta dei servizi ad hoc – conclude Spalvieri -. Si spendono tanti soldi per diversi servizi sociali, ma per queste situazioni normali non si spende nulla a meno di non diventare un caso”.a cura di Alessia Meloni(14 settembre 2007)