LAZIO
La Consulta femminile contro la violenza e per la democrazia
Numerose iniziative hanno visto di recente protagonista la Consulta femminile regionale del Lazio. Tra queste l’introduzione di modifiche alla legge regionale 58/1976 che istituì l’organismo per rappresentare le istanze delle donne, formulare proposte, promuovere iniziative ed esprimere pareri sulla programmazione regionale e sugli atti deliberativi riguardanti le condizioni di vita e di lavoro delle donne nel Lazio. Con la legge approvata dal Consiglio regionale, tali pareri diventano ora obbligatori. Il nuovo testo di legge inoltre modifica la denominazione in “Consulta femminile per le pari opportunità della Regione Lazio”; snellisce e semplifica le forme organizzative interne; prevede un ruolo consultivo più incisivo nei confronti degli organi legislativi regionali; istituisce la banca dati dei talenti femminili che si contraddistinguono nei diversi ambiti professionali; promuove il raccordo tra i diversi organismi di parità regionali. La Consulta è intervenuta poi in relazione ai diversi episodi di abusi contro le donne perpetrati nel Lazio nelle ultime settimane. Una sua delegazione si è incontrata con esponenti del ministero delle Pari opportunità cui è stato chiesto di attuare strategie complessive con un piano d’azione nazionale. A seguito di un’assemblea straordinaria, organizzata dalla Consulta, si è proposto la realizzazione di un unico patto d’azione tra donne, istituzioni e società civile, per fronteggiare il fenomeno della violenza e per riaffermare i principi di democrazia, di giustizia e di libertà.Per gli altri. “Con la Consulta si possono fare molte cose utili per la società, a prescindere dall’orientamento politico, avendo come obiettivo l’agire in favore degli altri”. Ad affermarlo è Emma Corbetta, presidente del “Progetto donne cattoliche”, associazione che partecipa alla Consulta femminile regionale. In questa direzione, secondo Corbetta, va anche la riforma della legge istitutiva della Consulta, che “ha apportato modifiche positive concretizzando quello che stiamo chiedendo da diversi anni. In particolare è importante la fondazione di una banca dati per valorizzare le professioni femminili. Importante anche il disposto aumento delle associazioni ammesse a partecipare alla Consulta: è un modo di dare ancora più voce ai cittadini”. In merito al documento di proposta contro la violenza sulle donne Corbetta afferma di condividere “le proposte fatte da Isabella Rauti, capo dipartimento del ministero delle Pari opportunità e in particolare: maggiore aiuto ed adeguata illuminazione di strade e giardini, in modo particolare nelle zone di periferia; inasprimento e certezza delle pene a chi commette reato di violenza alle donne; creazione del progetto unico di azione tra donne, istituzioni e società civile, con la realizzazione di un osservatorio nazionale; campagne informative per una cultura del rispetto della persona; costituzione di parte civile delle amministrazioni contro gli autori di violenza; maggiore attenzione ai reati commessi in famiglia”.Non solo sicurezza. “Si deve lavorare contro la cultura della violenza e non solo per la sicurezza”. Ad affermarlo è l’avvocato Teresa Manente, dell’ufficio legale di “Differenza donna”, associazione che fornisce tra l’altro assistenza legale e psicologica alle donne vittime di abusi e soprusi anche attraverso i suoi centri antiviolenza e che aderisce alla Consulta. In particolare, secondo l’avvocato, “è necessaria un’adeguata formazione di chi opera nel settore e un’attività di promozione della sicurezza che deve essere legata alla prevenzione. Ottenere le condanne di chi commette questi soprusi non è sufficiente. Inasprire inoltre le pene per questi reati, come è stato fatto con una legge nel 1996, non ha portato ad una diminuzione degli stupri e quindi questo vuol dire che qualcosa non ha funzionato”. La Regione, ma non solo, dovrebbe realizzare “campagne informative contro la violenza di genere da attuare nelle scuole, negli ospedali, con le forze dell’ordine e gli assistenti sociali perché la violenza è vista come un fatto privato e nel caso di quella domestica è vista come un conflitto tra coniugi”. L’esponente di “Differenza Donna” ricorda poi che da recenti indagini “emerge come la violenza domestica rappresenta la maggioranza dei soprusi che subisce una donna. Si tratta di un dato allarmante e sottovalutato. Abbiamo già chiesto che sia adottato un piano nazionale di contrasto e ci aspettiamo che anche la Regione prenda in considerazione un fenomeno che mina i principi di disparità degli individui. Si deve agire attraverso la prevenzione”. Prevenzione che per Manente è fondamentale “perché la sicurezza non può essere sufficiente”. Per contrastare questi soprusi “è necessaria la specializzazione di chi opera nel settore, perché solo così si ottengono i risultati voluti. Per questo la Regione deve finanziare i centri antiviolenza che possono aiutare a far conoscere il fenomeno – aggiunge -. Il fatto che non sono elaborati interventi efficaci dipende anche dalla scarsa conoscenza del fenomeno”. a cura di Alessia Meloni(06 marzo 2009)