Riflettendo sulla mutata realtà italiana ed esponendo ai vescovi le sue considerazioni sulla linea del giornale, il direttore di "Avvenire", Angelo Narducci, nel 1975, precisava quello che sarebbe stato il nuovo compito del suo quotidiano, che "dopo la cocente delusione del referendum sul divorzio, in consonanza con i pronunciamenti dell’episcopato italiano e rispondendo alle attese manifestate dai lettori, non avrebbe più tollerato compromessi e patteggiamenti su valori essenziali". Mantenendo un "consenso critico e non aprioristico" alla Dc, andavano però combattute, secondo il direttore, "le mistificazioni ideologiche e politiche del Pci" e nessuna ambiguità avrebbe dovuto esserci anche nei confronti "dei disvalori portati oggi avanti con l’appoggio di larga parte dei quotidiani e dei rotocalchi, dalla nuova mentalità radical-laicista", che si andava diffondendo anche nel mondo cattolico, dopo aver già pervaso i partiti di sinistra. In un panorama giornalistico italiano che vedeva tutta la stampa nazionale "su posizioni tradizionalmente ostili al mondo cattolico, rese anzi più aggressive e anticlericali dalle ultime vicende", Avvenire ha osservato Versace – avrebbe dovuto difendere l’identità dei credenti che intendevano agire con coerenza nella vita sociale e nelle istituzioni".