LOMBARDIA

Garante dei detenuti

Una figura importante da definire con una legge nazionale

Assicurare l’effettiva fruizione dei diritti delle persone incarcerate, in quanto utenti di servizi pubblici regionali: diritto alla salute, al miglioramento della qualità della vita, all’istruzione, alla formazione professionale, al recupero e reinserimento sociale e lavorativo. Questa la funzione del Garante regionale dei detenuti, figura di recente istituzione in Lombardia, i cui compiti sono stati attribuiti al Difensore civico regionale, Donato Giordano.La figura del Garante dei detenuti è prevista dalla legge regionale n. 8 del 14 febbraio 2005, mentre i compiti sono stati definiti dal regolamento regionale n. 10 del 14 dicembre 2006. Al 30 giugno 2006, nei 19 istituti carcerari lombardi erano detenute 8.905 persone, per il 92,5% di sesso maschile. Il provvedimento di indulto ha riguardato 3.254 detenuti.Legami affettivi. “Il Garante dei detenuti – spiega il difensore civico regionale, Donato Giordano – non interviene nell’ambito della pena e non si sovrappone all’attività di magistrati e Tribunali, ma verifica la correttezza dei procedimenti amministrativi e svolge azione di supporto ai carcerati nell’accesso ad atti e documenti. Inoltre, può segnalare, irregolarità agli organi dell’amministrazione penitenziaria, sollecitandoli a intervenire, può formulare osservazioni e promuovere iniziative di collaborazione, studio e confronto sul tema dei diritti umani e dell’esecuzione delle pene”.I principali ambiti di intervento del Garante sono quattro: tiene i rapporti con il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria e il Centro per la giustizia minorile; verifica l’erogazione dell’assistenza sanitaria ai detenuti; cura gli aspetti della formazione professionale e dell’inserimento lavorativo; vigila sulla corretta attivazione delle iniziative, sia interne che esterne al carcere, volte a favorire e rafforzare i legami familiari dei detenuti e, in particolare, i legami genitoriali. “Quello affettivo – sottolinea il Garante – è davvero un bisogno primario per i detenuti; mantenere un legame con la famiglia, è importante per porre le basi del futuro reinserimento nella società, una volta scontata la pena. In questo senso, sono tre le azioni che, anche il Garante, deve promuovere all’interno delle carceri: l’educazione, la prevenzione e la formazione”.Qualità della vita. Non sempre, però, questo è possibile, soprattutto laddove il Garante ancora non c’è. In Lombardia, a livello territoriale, questa figura è presente soltanto a Brescia e a Milano (presso l’Amministrazione provinciale), mentre a Bergamo, nel mese di febbraio, si terrà un Consiglio provinciale e comunale unitario proprio per valutare l’opportunità di dotare di un Garante il locale istituto penitenziario. “Il vero problema – osserva don Virgilio Balducchi, delegato regionale dei cappellani delle carceri di Lombardia – è la mancanza di una legge nazionale sulla figura del Garante dei detenuti. Così, tutto è lasciato alla sensibilità dei politici locali e alla disponibilità della singola amministrazione penitenziaria. Una legislazione nazionale, invece, favorirebbe una migliore definizione del ruolo e dei compiti del Garante all’interno degli istituti di pena”.Per quanto riguarda la qualità della vita nelle carceri lombarde, Balducchi divide gli istituti in due categorie e, per ciascuna, individua una problematica. “Le strutture di grosse dimensioni – aggiunge il cappellano – soffrono ancora di un certo sovraffollamento che, anche dopo l’indulto, è presente seppure in misura meno pesante di prima. Nelle carceri piccole, invece, va rivisto e migliorato il cosiddetto piano trattamentale, quel percorso che deve condurre il detenuto a uscire dall’irregolarità e favorire il suo reinserimento nella società. Anche su questi aspetti il Garante è chiamato a vigilare”.Agenti di rete. Un altro fattore problematico delle carceri lombarde, individuato da don Virgilio Balducchi, è la carenza di educatori, solo in parte compensata dai 26 “agenti di rete”, recentemente inseriti negli istituti con funzioni di supporto agli educatori e raccordo con il territorio. “In carcere – ricorda don Balducchi – c’è una grande domanda di ascolto, che non sempre è soddisfatta; i detenuti chiedono di essere aiutati a riflettere con tranquillità sul proprio vissuto. Ma questo non dappertutto è possibile, con le forze a disposizione. Inoltre, queste persone hanno bisogno di avere un rapporto con la propria famiglia, con i figli; una relazione alla quale non possono certo bastare i sei colloqui al mese e la telefonata settimanale, consentiti ai detenuti comuni”.Anche riguardo il lavoro, il delegato dei cappellani lombardi ha rilievi da muovere all’amministrazione penitenziaria. “Sul versante lavorativo – specifica don Balducchi – ricordo che la gran parte dei detenuti lombardi trascorre l’intera giornata senza fare nulla. E questo è negativo sotto un duplice aspetto: in primo luogo non è dignitoso per la persona e, inoltre, senza un’occupazione retribuita i detenuti non hanno sovente nemmeno i soldi per cambiare la biancheria o comprare un caffè. Come si vede, per il Garante c’è parecchio lavoro”.a cura di Paolo Ferrario(7 febbraio 2007)