SESSANTOTTO: NOTA SETTIMANALE

Pubblichiamo la nota Sir di questa settimana.

Sono quarant’anni, ma se volessimo identificare una data precisa per l’anniversario del ’68 è probabilmente proprio quella dei primi giorni di maggio, con la traumatica chiusura della Sorbona, che segue quella dell’altra università parigina di Nanterre. L’Osservatore Romano (Avvenire nasce il 4 dicembre) ne dà notizia in seconda pagina, nello stesso numero in cui pubblica un editoriale di presentazione del volume che raccoglie gli insegnamenti di Papa Paolo VI, con un titolo significativo: "Costruire e non demolire (la Chiesa)". Questo doppio movimento, di demolizione e di costruzione, e lo squilibrio tra queste due dinamiche è la cifra essenziale dell’anno della "contestazione globale", e delle sue conseguenze di lungo periodo, del suo peso. Il sessantotto infatti investe l’università, la politica, la Chiesa, la società nel suo insieme. Siamo ad una delle grandi periodizzazioni della storia contemporanea (cui seguiranno il 1989 e il 2001). A caldo la "Civiltà Cattolica", nell’editoriale del terzo quaderno e lo stesso Paolo VI, in diversi discorsi e più organicamente nell’udienza generale del 25 settembre, identificano un duplice atteggiamento: apertura mentale e fiducia da un lato e attenzione e vigilanza dall’altro, con un appello alla responsabilità: i problemi sono reali, molte analisi, di ispirazione marxista, sono sbagliate, molte soluzioni prospettate sono impossibili, ma "è necessario che noi accettiamo la loro ‘sfida’", la sfida dei giovani, che irrompono da protagonisti nella storia. Il sessantotto fu accompagnato anche dalle rivendicazioni e dalle conquiste sindacali ed operaie e dall’apertura di un "ciclo della violenza". Ma il sessantotto è essenzialmente un fatto culturale nel senso profondo del termine. Da Berkley a Parigi, fin qui in Italia e anche a Madrid, a Praga, a Varsavia, fino nella Pechino della "rivoluzione culturale", chiude il dopoguerra e introduce un’aria nuova, che ben esprime uno degli slogan più efficaci: "vietato vietare". In particolare in Occidente e qui in Europa è come se fossero stati aperti i magazzini e tutti potessero attingere alle riserve accumulate negli anni precedenti: tutto pare possibile, le risorse paiono illimitate. Si doveva ridistribuire, certo, ma soprattutto si poteva (finalmente) consumare, liberandosi dai vincoli. Questo processo, che si combina con l’accelerazione delle dinamiche sociali che ha caratterizzato la metà del XX secolo, produce effetti a catena e per un certo periodo l’illusione di un corso deterministicamente segnato della storia e della cultura, sotto il segno della "secolarizzazione". E’ probabilmente proprio qui la radice dello sbilancio, che peraltro comincia a venire al pettine già alla fine degli anni settanta, quando si percepisce che le riserve erano ormai esaurite e si doveva procedere ad una nuova stagione di investimento culturale, ideale, morale, per nuovi traguardi di speranza. Che è la responsabilità anche dell’ora presente.