Il problema, per Trani, è che “il migrante cessa di essere un essere umano nel momento in cui bisogna riconoscere i diritti”. Insomma, “c’è un vulnus anche legislativo. Rispetto all’aspetto repressivo,pur non volendo assumere un atteggiamento assolutorio, ,non possiamo andare a criminalizzare un movimento migranti di circa 4 milioni di persone (e parlo solo dei regolarmente soggiornanti e non dei tantissimi irregolari, soprattutto badanti) per pochi casi”. A tutto ciò si lega anche il problema della detenzione; “I migranti – evidenzia Trani – restano in carcere il più delle volte perché hanno una ben ridotta possibilità di accedere alle misure alternative alla detenzione non perché siano antropologicamente più criminali di un napoletano o di un milanese: ad esempio, non hanno i domiciliari perché non hanno una dimora fissa”.