"Quando sarà possibile vedere la Chiesa tutta e non solo i cristiani di frontiera in prima linea almeno nell’ascolto, attento e senza pregiudizi, delle voci che vengono da questi nostri fratelli scomodi?" E’ l’appello che giunge al Sir da un gruppo di volontari che opera da qualche anno nel campo nomadi di Sesto Fiorentino, insieme ad una comunità di frati francescani che vi risiede. Una lunga lettera di riflessioni sul rapporto tra comunità cristiana e nomadi, scaturita da alcune vicende di attualità. Un tema su cui si gioca, a loro avviso, "la sfida dell’invito alla conversione che il messaggio del Vangelo rivolge ogni giorno a ciascun credente". Nella lettera, firmata, si constata che se un rom domanda l’elemosina, scatta inevitabilmente un giudizio "se meriti o no" il nostro aiuto, visto che molti nomadi "disturbano perché sono brutti, sporchi e cattivi. E anche ingrati, perché se non ricevono quanto chiedono si permettono pure di arrabbiarsi". "Perché ci scandalizziamo di certi comportamenti più quando li vediamo nei nostri ‘beneficati’ che quando li mettiamo in atto noi occidentali, materialisti e spreconi da far paura?", si chiedono: "Come si fa a valutare la volontà della gente? Se uno nasce in un campo nomadi, e nessuno gli ha insegnato l’arte del risparmio (o dell’avarizia), quali strumenti ha avuto e ha per operare scelte di valore?" (segue)