LOMBARDIA
Riorganizzare e chiudere reparti senza penalizzare cittadini e territori
Nessun taglio ai posti letto complessivi, ma riorganizzazione e chiusura di alcuni reparti ospedalieri. Sono le linee guida approvate a fine dicembre come “prima attuazione” in Lombardia della “spending review” del Governo. La delibera della Giunta regionale guidata dal presidente Roberto Formigoni, su proposta dell’assessore alla Sanità Mario Melazzini, recepisce le direttive della legge nazionale che impone “la riduzione dello standard dei posti letto ospedalieri accreditati” e fissa il tasso a 3,7 letti di ricovero per mille abitanti (incrementato a 3,84 tenendo conto della mobilità da altre Regioni).In sospeso. La Lombardia, per effetto di tagli messi in atto in anni recenti, rispetta già il parametro e pertanto non ci sarà riduzione di letti. Tuttavia la Giunta regionale ha stabilito di riorganizzare e chiudere alcuni reparti di emodinamica, punti nascita e alta chirurgia (cardiochirurgia, neurochirurgia, chirurgia toracica e chirurgia vascolare). I reparti di queste specialità dovranno erogare un numero minimo di prestazioni ogni anno. In caso contrario, sono previste soppressioni e accorpamenti. A farne le spese saranno soprattutto le specialità in ospedali di centri di piccole e medie dimensioni (con criteri di salvaguardia per le zone più isolate) e probabilmente alcune cliniche private accreditate. Enunciati i criteri, la mappa delle riorganizzazioni, che andrà decisa entro il 30 giugno, è demandata a chi governerà la Regione dopo le elezioni del 24 e 25 febbraio, lasciando di fatto la situazione ancora in sospeso.Più qualità. “La riorganizzazione di alcune specialità si impone. In questo senso il provvedimento si muove nella giusta direzione”, commenta Alberto Scanni, primario emerito di oncologia al Fatebenefratelli, consigliere milanese dell’Associazione medici cattolici ed ex direttore generale dell’Istituto nazionale dei tumori. “Di emodinamiche, cardiochirurgie e neurochirurgie ve ne sono troppe – afferma -. Gli accreditamenti con la sanità privata sono stati fatti con una certa leggerezza, ma anche nel pubblico si sono aperte strutture per accontentare potentati politici locali senza valutare accuratamente i bacini d’utenza e i bisogni del territorio. Se un reparto effettua pochi interventi, infatti, l’esperienza e la qualità sono più bassi. Quindi chiudere o accorpare significa, oltre che risparmiare, anche migliorare le prestazioni offerte ai pazienti”. “Tuttavia – avverte il medico – alcune problematiche a monte non vengono affrontate in questo provvedimento. Mi riferisco alla necessità di rivedere la legge 31: ripensare il rapporto pubblico-privato, il tema della sussidiarietà, il metodo degli accreditamenti. E, inoltre, la riorganizzazione richiederebbe il potenziamento della medicina territoriale, mentre non se ne fa cenno”. Più in generale, Scanni critica anche lo stesso criterio di “spending review” nella sanità: “È venuto il momento di dire che alla sanità bisogna dare di più in termini economici, senza negare la necessità delle riorganizzazioni per far crescere efficienza e qualità. Invece ai medici viene chiesto sempre meno di curare chi ha bisogno e sempre più di fare i controllori della spesa”.Diritto da garantire. Sulla stessa linea anche don Maurizio Funazzi, incaricato per la pastorale della salute della Conferenza episcopale lombarda. “In tempi di crisi il settore sanitario non si può esimere dall’obbligo di una corretta gestione anche dal punto di vista manageriale ed economico – dice -. Anche perché il nostro Paese conta molti anziani, malattie croniche e pazienti polipatologici, con previsioni di crescita della spesa”. Però, avverte, “non perdiamo l’acquisizione guadagnata che la salute non è un problema privato ma pubblico, riguarda l’intera società, non il mercato”. Quanto alla riorganizzazione lombarda, secondo don Funazzi “bene la razionalizzazione, ma il grosso reparto non può essere l’unico criterio. Vanno tenuti presenti anche altri elementi, come le caratteristiche dei territori e l’attenzione alla dimensione umana. E non solo per risparmiare, ma anche per rispondere ai nuovi bisogni di salute: servono meno posti letto per acuti e più strutture per cronici e reti territoriali per gli anziani”. Infine, “deve essere chiaro che spetta all’autorità pubblica, nella fattispecie alla regione Lombardia, guidare e condurre il cambiamento del sistema sanitario”. L’incaricato della pastorale sanitaria in Lombardia spiega, infatti, che “ci sono tante istituzioni sanitarie, cattoliche ma non solo, in situazione di difficoltà perché i cambi della normativa regionale sono spesso repentini o a volte addirittura comunicati a cose fatte e con effetto retroattivo. Invece, chi fa sanità pubblica, statale o privata, laica e cattolica, deve essere messo nelle condizioni di programmare. Diversamente ad andarci di mezzo non sarà solo l’imprenditore o l’operatore sanitario, ma il cittadino e la sua salute”.a cura di Paolo Rappellino(14 gennaio 2013)