MARCHE

È sempre aborto

Ad Ancona le prime interruzioni di gravidanza con la Ru486

All’inizio di febbraio, presso l’ospedale “Salesi” di Ancona, sono avvenute le prime tre interruzioni di gravidanza utilizzando la Ru486, meglio conosciuta come “pillola abortiva”: è stata la stessa struttura ospedaliera a darne pubblicamente notizia. A differenza di Torino, dove è stata intrapresa la strada della sperimentazione, lo staff ospedaliero ha deciso di procurarsi la pillola applicando un decreto ministeriale del 1997, firmato dall’allora ministro Rosy Bindi, secondo il quale, se il medico lo ritiene necessario e la paziente è d’accordo, si possono utilizzare farmaci che sono commercializzati nei Paesi comunitari.L’ospedale anconetano segue dunque questa prassi: una donna in stato interessante, che non abbia superato la settima settimana di gravidanza e che decide l’interruzione dopo un colloquio preliminare, può far richiesta della pillola e viene sottoposta a una serie di esami. Il prodotto, di cui si può avere solo una dose ad personam, arriva dalla Francia; di solito trascorre una settimana tra la richiesta e l’arrivo della Ru486. Il trattamento dura circa 3 giorni, che la donna trascorre in reparto.Non è un farmaco. Il primario del reparto di ostetricia e ginecologia del “Salesi”, Flavio Del Savio difende la sua scelta. “In Italia stiamo andando avanti con ipocrisia anti-medica – sostiene il dottore –. Io rispetto e rispetterò le leggi di questo Paese ma sono convinto che ci debba essere una libera circolazione dei farmaci. Andremo sicuramente avanti con l’utilizzo della pillola e anche altri ospedali marchigiani ci hanno chiesto informazioni”.Mario Ippolito, ginecologo e presidente regionale del Movimento per la vita, che nella Regione conta 14 Centri di aiuto alla vita gestiti da volontari e 1 Punto di ascolto proprio all’interno del “Salesi” la pensa in modo diametralmente opposto. “La Ru486 non è un farmaco e non cura nessuna malattia. La donna, ricoverata in ospedale durante questo trattamento ingerisce una pillola che impedisce la produzione di progesterone, cioè delle risorse nutritive dell’embrione; in un secondo momento, a distanza di 24-48 ore assume un farmaco, che provoca contrazioni uterine e l’espulsione della camera gestionale dell’embrione. Anche se non è un intervento chirurgico questo sistema non è meno traumatizzante per la donna: si tratta sempre di aborto”.Verso un self-abort. “Stiamo andando – aggiunge – verso una sorta di self-abort: tra poco sarà possibile usare la pillola abortiva a casa, come fosse un contraccettivo e si rischia una sempre maggiore banalizzazione dell’aborto in parallelo a una crescente deresponsabilizzazione dell’uomo e della donna che hanno generato il figlio. La madre diventa l’unica attrice della morte del feto: ma la legge 194 non tutelava la salute di mamma e bambino? Nei Centri aiuto per la vita aiutiamo le mamme prima e dopo la gravidanza e spesso ci interessiamo anche a trovare loro una casa e un lavoro; per questo pensiamo che il ginecologo a cui si rivolgono le donne che vogliono abortire dovrebbe quanto meno indicare la possibilità di parlare con dei volontari”. Quale messaggio? Il vero problema più che medico è culturale. La pensa così Andrea Speciale, presidente regionale del Forum delle associazioni familiari. “Dire che l’utilizzo della Ru486 è un sistema più dolce di intervento che va a favore della salute della donna significa trattare una gravidanza alla stregua di una malattia che va curata con il minor danno possibile. È giusto? Il messaggio che rischia di passare, soprattutto ai giovani, è che se vuoi fare un aborto non c’è problema, basta la pillola e passa tutto: ma non è così che si aiutano le persone a crescere e a sviluppare il senso di responsabilità per le proprie azioni”.Che tipo di colloquio? Oggi, ricorda Speciale, “quando una donna richiede un’interruzione di gravidanza ha un colloquio preliminare volto a prospettare della alternative all’aborto. Ma come viene condotto questo colloquio? Se è solo un adempimento burocratico da parte del personale medico, come spesso avviene, non serve a nulla. Un colloquio con dei volontari potrebbe invece essere molto più utile, perché queste persone credono profondamente in quello che fanno, mettono in gioco se stessi e vogliono veramente entrare in empatia con la futura mamma, facendole capire che non è sola e c’è qualcuno interessato ad aiutarla”.Molto preoccupati per l’introduzione della pillola abortiva in Regione i vescovi delle Marche, che per bocca di mons. Luigi Conti, presidente della Conferenza episcopale marchigiana, hanno detto di disapprovare “sia le donne che ricorrono a questi interventi, sia i medici che li praticano. Allo stesso tempo ci sentiamo di pregare, in totale sintonia tra noi, per la solitudine di queste donne, che si sono sentite costrette ad aderire ad una soluzione così radicale”.(14 marzo 2006)