MARCHE
Carceri: tra preoccupazione e solidarietà
La situazione delle carceri marchigiane preoccupa: il report dell’Ombudsman regionale, che è anche Garante dei detenuti, presentato all’inizio di febbraio, primo studio sistematico effettuato sull’argomento, ha mostrato che nel 2010 la popolazione carceraria è cresciuta dell’8%, mentre la media nazionale si è attestata al 4,9%. I detenuti presenti nei sette istituti di pena, 1.166, sono ben al disopra della soglia della capienza regolare, 747 persone e di quella tollerata, 995. Nella popolazione carceraria è alto il numero dei tossicodipendenti, 256, e degli stranieri, che superano il 40% del totale. L’organico è inferiore a quello previsto, mancano 183 agenti, e ci sono strutture, come quella di Fermo, che non hanno spazi esterni per i detenuti: nel solo 2010 ci sono stati quattro suicidi, di cui uno di una guardia carceraria. Il Garante dei detenuti lamenta, poi, che scarseggiano le misure alternative alla detenzione e solo il 17% dei detenuti lavora; apprezzabile il lavoro delle associazioni di volontariato, anche se non organico. Non sempre rispondenti alle vere esigenze dei detenuti le iniziative intraprese dagli ambiti sociali e finanziate con l’apposita legge regionale 28 del 2008. Una casa per gli “ex”. Il territorio non “dimentica” del tutto i detenuti e ci sono degli esempi di risposte positive alle loro esigenze. A Pesaro esiste la realtà di eccellenza del Centro di accoglienza “Casa Paci”, gestita dalla cooperativa Irs l’Aurora (www.irsaurora.it) che accoglie sia detenuti in permessi premio, arresti domiciliari, o che usufruiscono di misure alternative al carcere, sia ex carcerati, per i quali si struttura un percorso di reinserimento sociale e lavorativo. “Abbiamo dieci posti – racconta il presidente della cooperativa, Stefano Trovato – accogliamo persone da tutta la Regione, sia italiani sia stranieri. Abbiamo anche due sportelli nelle carceri di Pesaro e Fossombrone e svolgiamo un servizio di mediazione familiare”. Valutando la situazione marchigiana Trovato nota che un terzo dei reclusi “è tossicodipendente e per loro sarebbe meglio scontare la pena in una comunità di recupero piuttosto che in carcere: per gli stranieri, poi, è difficilissimo ottenere gli arresti domiciliari perché non hanno le famiglie”. La cooperativa gestisce una casa di accoglienza simile ad Ancona e cinque comunità di recupero nelle Marche. “Chi ha problemi di droga – sottolinea Trovato – e sono un terzo dei reclusi, dovrebbe avere un regime attenuato, cosa che nelle carceri della nostra Regione non succede. Io credo che molti di quelli che sono ‘dentro’ e hanno commesso reati minori come furti o piccolo spaccio non dovrebbero stare in galera, ma, seguendo il modello americano della ‘giustizia riparativa’, dovrebbero scontare la pena in maniera alternativa, magari nei servizi sociali o nei lavori socialmente utili”. Per Trovato, si stanno investendo troppe risorse nella costruzione di nuove strutture, che sarebbe meglio utilizzare per il personale, dato che “la Regione stessa ha dovuto, in passato, ‘supplire’ alle amministrazioni penitenziarie per gli educatori, perché non c’erano soldi per pagarli”.“Dentro” il carcere. E un’esperienza davvero particolare è quella della Caritas di Ascoli Piceno (www.caritasascoli.org) che ha avviato un “Centro d’ascolto” dentro il carcere di Ascoli che ospita anche i detenuti in regime di 41 bis. Ad avere l’idea è stato il direttore della Caritas diocesana, don Dante Talamonti, che dieci anni fa ha deciso di entrare, da volontario, in quel mondo di cui conosceva l’esistenza ma che aveva sempre ignorato. “Il Centro d’ascolto – spiega – funziona il sabato mattina dalle 9 alle 11 ed è gestito da me insieme a 16 volontari che si danno il turno: a volte si fanno delle attività, ma spesso si tratta semplicemente di parlare con i detenuti e ascoltarli. Quando sono entrato nel carcere la prima volta non sapevo niente, ma ho trovato una sofferenza grandissima nelle persone che avvicinavo. E anche gli agenti vivono una realtà difficile, in un certo senso sono loro stessi dei reclusi”. Don Talamonti, una volta al mese, ha dei colloqui personali con i detenuti che lo richiedono ma si occupa anche delle loro necessità pratiche come procurare scarpe, ciabatte o tute per chi ne ha bisogno. “Anche se non sono il cappellano – racconta – a volte celebro delle messe in cui porto dei volontari. Ho contato che oltre 450 persone sono venute con me in carcere, almeno una volta, e l’aprirsi a questa realtà ha cambiato la sensibilità dei miei parrocchiani e della città”. L’esperienza dentro il carcere ha suscitato delle domande a cui la Caritas e la diocesi hanno cercato di rispondere: da luglio scorso è operativa la Casa della carità per l’accoglienza di ex detenuti e di persone in disagio sociale. “Abbiamo capito – sottolinea don Talamonti – che il modo migliore per aiutare queste persone era cercare di reinserirle nella società e nel mondo del lavoro. Nella casa operano delle figure professionali e dato che trovare un impiego non è per niente facile, abbiamo promosso anche la nascita di una cooperativa, impegnata soprattutto nel settore agricolo”. a cura di Simona Mengascini(11 febbraio 2011)