MARCHE
Dalla riforma sanitaria accorpamento di reparti e strutture operative: e i malati?
La Giunta regionale delle Marche ha approvato il riordino delle reti cliniche individuando 71 tipologie e 43 macro discipline. Si tratta di una serie di accorpamenti di reparti e di strutture operative per eliminare doppioni e razionalizzare le risorse; altro obiettivo della riforma è chiudere quei servizi che non garantiscono annualmente un adeguato numero di prestazioni e che, secondo l’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali), sono a maggior rischio di errori. Il governatore della Regione, Gian Mario Spacca, presentando la riforma ha commentato che “il cittadino marchigiano magari non avrà più l’ospedale sotto casa, ma potrà contare sull’alta qualità e su una maggiore sicurezza”. Particolarmente delicata la questione dei “punti nascita”: secondo la delibera la riorganizzazione dovrà essere fatta “con gradualità” ed essere oggetto di “specifica concertazione”, ma dovrà aderire ai parametri dell’Accordo Stato-Regioni per i quali queste strutture dovranno avere almeno mille parti l’anno, cifra a cui attualmente arrivano solo i quattro punti nascita di Pesaro, Fano, Macerata e del Salesi di Ancona.Non sono numeri. “La riorganizzazione in atto – riflette Andrea Corsalini, presidente dell’Associazione medici cattolici (Amci) della provincia di Macerata – rimanda all’eterno problema delle risorse. La razionalizzazione spesso si traduce in tagli ma bisogna riflettere bene su come si opera. Se, per esempio, si sopprime un ospedale del territorio, la struttura più vicina che rimane deve essere in grado di assorbire la domanda. Poi se devo ampliarla proprio per renderla più funzionale ai nuovi utenti, in realtà non si ha un guadagno economico”. Per Corsalini “questa riforma mira a ridurre i servizi sanitari con conseguente diminuzione dei posti letto: ma più che tagliare questi ultimi occorre ridurne i costi, magari intervenendo sul lato amministrativo”. Il presidente Amci sottolinea che “noi abbiamo a che fare con delle persone e non bisogna considerare i pazienti dei semplici numeri. Anche il personale medico, che è fondamentale, va trattato diversamente dal punto di vista economico e delle ore di lavoro, che aumentano sempre di più a scapito del servizio”.Potenziare il territorio. “Sono un sostenitore delle strutture di eccellenza – dichiara Franco Belluigi, marchigiano e vicepresidente nazionale dell’Avulss (Associazione per il volontariato nelle unità locali socio sanitarie) – ma l’importante è che i servizi continuino ad essere erogati e che ci sia integrazione con il sociale”. Il problema è che “in tanti anni ho visto sempre chiudere senza ottimizzare veramente i servizi. Non è importante avere l’ospedale sotto casa, ma potenziare il territorio”. A preoccupare Belluigi è che “nell’accorpamento non ci sia rispetto delle persone e non si tenga conto di categorie particolari come possono essere gli anziani e i bambini”. Per ristrutturare occorre promuovere il concetto che la salute è un “diritto-dovere”, ovvero il cittadino deve avere garantito il “diritto alle cure” ma deve anche impegnarsi in uno stile di vita “sano”, tenendo conto delle conseguenze delle sue scelte.Il malato al centro. Per Gianni Crucianelli, referente regionale dell’Associazione cattolica degli operatori sanitari, “l’economia non deve andare a scapito della salute. Bisogna dire no allo spreco e ai doppi servizi, ma deve prevalere una logica dell’efficienza e dell’efficacia”. Quello che occorre è insomma “attenzione e amore verso il malato e non ridurre la salute a commercio o speculazione, ovvero privilegiare la sanità pubblica rispetto alle cliniche private”. Anche il personale “non può essere ridotto a numero” perché è fondamentale nella cura del malato. Nell’ottica di mettere al centro il paziente bisogna poi rivalutare il discorso dell’ospedale vicino, che può risultare antieconomico “ma aiuta il malato ad avere vicini i propri cari che con il loro affetto lo aiutano a vivere”.a cura di Simona Mengascini(26 ottobre 2013)