CRISI ECONOMICA E FINANZIARIA: NOTA SETTIMANALE

Pubblichiamo la nota SIR di questa settimana.

Comincia a mordere la crisi, nei suoi vari aspetti, finanziari ed economici, certo, ma anche psicologici e culturali. Ed allora si cominciano anche a prendere le misure di questa crisi, nel duplice senso delle contro-misure, cioè dei provvedimenti tesi a tamponare l’emergenza e a sviluppare un ciclo di investimenti produttivi.
Si dice: è la crisi peggiore dal 1929, ma certamente è anche qualcosa di diverso, perché insite ormai su un mondo "globalizzato": è, quindi, qualcosa di nuovo e, comunque sia, marca una soluzione di continuità. Siamo ormai fuori dal XX secolo, anche perché il finanziamento in deficit, che ha caratterizzato la fine del secolo, in modo esponenziale a partire dall’inizio degli anni Novanta, e la "bolla speculativa" che si è generata, ha finito col provocare non solo uno sconvolgimento finanziario (i sub-prime, poi forse le carte di credito e i derivati…). Ha finito con il consumare le regole, minando un orizzonte di responsabilità condivise e ha così generato un deficit di futuro, cui è necessario provvedere con urgenza non minore rispetto alle questioni tecniche economico-finanziarie. Basti fare riferimento agli scenari individuali: è quasi dimezzata in poche settimane la percentuale di chi ritiene il proprio posto di lavoro "molto sicuro", arrivata a un italiano su dieci. I cittadini, la gente insomma si trova a "reggere l’incertezza", esercizio non facile, per cui sono necessarie non solo capacità di lavoro e strumenti di orientamento, ma soprattutto spessore e riferimenti morali e culturali. Quel che vale per i singoli vale anche per la società nel suo insieme e per i vari sistema-Paese. La situazione d’incertezza, infatti, se da un lato può stimolare una volontà di risposta, dall’altro può generare una situazione di depressione della capacità di iniziativa.
Siamo di fronte di qualcosa di diverso dal classico pendolo libertà (liberismo) protezione (interventismo). Il processo di deregulation aveva, infatti, finito con il diluire la responsabilità, portando come conseguenza evidente un allungamento delle istanze sociali e delle differenze retributive, con conseguente sfilacciamento del senso di appartenenza alle organizzazioni.
Si spiega perfettamente allora il rinnovato, evidente bisogno di "etica". Giustamente ha suscitato grande interesse la citazione di un intervento del 1985 dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, da parte del ministro dell’economia Tremonti, che ha osservato: "Si sta avverando la predizione secondo cui in economia il declino della disciplina basata sul convincimento religioso e l’allentamento delle leggi avrebbero portato le leggi stesse del mercato al collasso e all’implosione del sistema". Non, dunque, un generico richiamo a una etica minimale ma proprio alle radici religiose. Di qui si può traguardare quel "bene comune", che appare così concretamente come la chiave per stabilizzare le moderne economie di mercato, nel senso appunto di "economie sociali di marcato".