Oggi "la responsabilità dell’annuncio ha proseguito don Pompili – impone non solo di usare, ma di vivere dall’interno, certo con spirito libero e critico, questa nuova cultura mediale, per tentare di ispirarla con la forza del messaggio cristiano". Non solo: "Il territorio geografico è sempre stato tradizionalmente il parametro per identificare la comunità cristiana", ha detto il sacerdote, ma adesso "se si vuol dare al territorio che ha subito una profonda trasformazione antropologica il suo giusto rilievo non si può saltare la mediazione elettronica, che tutti ci avvolge". E arriviamo alla seconda prospettiva: "I cristiani non devono subire semplicemente il cambiamento mediatico, ma lo devono interpretare alla luce della propria identità spirituale". La terza prospettiva è "necessariamente quella educativa quando si tratta di comunicare". "Per contrastare visioni inadeguate e parziali è necessario interloquire con la cultura, cioè con la mentalità plasmata dai media, coltivando una presenza discreta e autorevole all’interno dei vari segmenti della macchina mediatica: giornali, radio, tv, web. Allo stesso tempo dev’essere favorita la possibilità di un’autonoma e libera presenza dei cattolici nel dibattito pubblico con propri strumenti di comunicazione". Esempi positivi, per don Pompili, sono Avvenire, l’agenzia Sir, Sat2000 e Radio InBlu.