PIEMONTE

A casa è meglio

Un contributo per l’assistenza a domicilio degli anziani

Per l’assistenza a domicilio degli anziani non autosufficienti, sarà possibile in Piemonte usufruire di un contributo economico erogato dal Servizio sanitario regionale, che potrà essere riconosciuto per il lavoro di cura svolto non solo da figure professionali regolarmente assunte, ma anche da familiari o da volontari. Lo ha deciso la delibera di riordino delle prestazioni socio-sanitarie nell’ambito delle cure domiciliari approvata dalla Giunta regionale lo scorso 6 aprile. La norma tenta di affrontare uno dei temi più attuali e critici del panorama sanitario-assistenziale: il futuro delle cure per anziani. Il Piemonte si distingue per essere uno fra i territori con la percentuale di ultra sessantacinquenni più alta d’Italia: a fine 2007 era pari al 22,6% della popolazione. Per accedere al contributo occorrerà richiedere una visita all’Unità di valutazione geriatrica presso le Asl. All’anziano seguito in casa verrà erogata una somma per il pagamento dei servizi di assistenza tutelare (che potranno essere forniti da operatori socio-sanitari o dall’assistente familiare, assunta con regolare contratto di lavoro): nel complesso i contributi non potranno superare gli 800 euro mensili nei casi di bassa intensità assistenziale, i 1.100 nei casi di media intensità e i 1.350 in quelli di medio-alta intensità (elevabili a 1.640 per i soggetti senza rete familiare). Sono inoltre previsti altri contributi per cure prestate dai familiari o da volontari esterni all’anziano attraverso un’assistenza diretta e personale. Circa il 50% delle spese sostenute dall’anziano per le cure sarà quindi a carico dell’Asl (componente sanitaria), mentre il restante 50% (componente sociale) sarà a carico dell’anziano stesso o dei servizi sociali, nel caso di redditi bassi (fanno da riferimento reddito e patrimonio dell’interessato e non quello del nucleo familiare).Cure familiari. Per don Marco Brunetti, incaricato regionale della Conferenza episcopale piemontese per la pastorale della salute, “la svolta che la Regione sta tentando di attuare nell’assistenza per anziani mette in luce come la famiglia sia davvero la struttura portante della società: di fatto il sistema sociale con l’incentivazione delle cure domiciliari sta delegando al nucleo familiare, o sta scaricando su di esso, a seconda di come il rapporto tra pubblico e privato verrà gestito, il prendersi cura dell’anziano”. Don Brunetti condivide l’ottimismo di chi sostiene che la domiciliarità è una soluzione migliore per la qualità di vita dell’anziano, rispetto al ricovero in struttura, ma osserva che “gli operatori socio-sanitari non potranno essere presenti continuativamente e la famiglia sarà gravata di un impegno assistenziale non indifferente, che deve essere a tutti i costi alleviato da una strettissima collaborazione e integrazione con i servizi pubblici”. “Sullo sfondo – aggiunge Brunetti – si delinea anche la questione della competenza delle assistenti familiari: sono preparate ad affrontare tutte le situazioni di assistenza? Soprattutto quelle con malati gravi, cronici o con patologie degenerative tipo Alzheimer o Parkinson?”.Valutazione e continuità. “Il sostegno non solo all’anziano, ma anche al contesto ambientale in cui vive è fondamentale – spiega Angela Mazzetti, responsabile regionale dell’Acos (Associazione cattolica operatori sanitari) – così come una valutazione delle condizioni non solo fisiche dell’anziano, ma anche relazionali e psicologiche”. Secondo Mazzetti, poi, “è importante che le analisi dell’Unità geriatrica vengano ripetute a scadenze ravvicinate, perché quella dell’anziano è una situazione critica, spesso in veloce evoluzione”.Il futuro delle Rsa. “L’assistenza e la gestione sanitaria delle persone anziane non autosufficienti stanno vivendo un periodo di transizione complesso”, osserva Guido Lazzarini, docente di sociologia del Terzo settore, etica e governance alla Facoltà di economia dell’Università di Torino, da oltre vent’anni attento al tema dell’assistenza e della cura senile. “Curare gli anziani – spiega il docente – non vuol dire solo più ingresso in Casa di riposo, ma non è ancora del tutto sinonimo di assistenza domiciliare, che senza dubbio rappresenta il futuro di questo settore”. Per Lazzarini, “le Residenze sanitarie assistenziali (Rsa) per anziani però non chiuderanno. Da un lato soddisferanno i bisogni dei pensionati senza parenti o troppo indigenti per permettersi l’assunzione di badanti; dall’altro potranno svolgere una funzione di appoggio per i pensionati assistiti a casa, offrendo servizi di ristorazione, svago, momenti di socializzazione e sollievo aperti anche a chi non è ospite fisso della casa di riposo”. “La concezione delle Rsa come luoghi aperti all’esterno – è costretto però ad osservare il docente – è ancora una realtà poco sviluppata. Oggi Comuni, Aziende sanitarie locali, Aziende ospedaliere e associazioni di volontariato corrono da soli, preoccupandosi ancora troppo poco di favorire una cultura di intersezione tra Casa di riposo e famiglia dell’assistito, cioè, in senso più allargato, tra ambiente pre- e post-ricovero”.a cura di Andrea Ciattaglia(13 maggio 2009)