PIEMONTE
Un ddl sul commercio equo e solidale
Anche il Piemonte ha avviato l’iter per dotarsi di una legge di riconoscimento e tutela del commercio equo e solidale. L’11 maggio scorso la Giunta regionale ha infatti licenziato all’unanimità il testo di un disegno di legge (n. 623) che contiene “Disposizioni per la promozione e diffusione del commercio equo e solidale”. Si tratta di dieci articoli che approdano ora all’esame del Consiglio e che, nell’intento dell’Amministrazione regionale, “promuoveranno le condizioni per una maggiore conoscenza e diffusione dei prodotti del commercio equo e solidale, in modo da affermare un modello di consumo socialmente responsabile ed eticamente sostenibile. La futura legge è stata pensata per valorizzare il ruolo fondamentale svolto dalle organizzazioni no profit che operano nel settore”.Commercio equo in parrocchia. “Altre Regioni – spiega Gaga Pignatelli, presidente di Agices (Assemblea generale italiana del commercio equo e solidale) – si sono già dotate di leggi simili (Toscana, Umbria, Liguria, Marche e Trentino), altre ancora hanno in cantiere proposte di legge interessanti: sono senza dubbio uno strumento utile, soprattutto a livello di controllo istituzionale, e non solo interno delle realtà coinvolte nel commercio equo, sulla qualità e la effettiva sostenibilità etica dei prodotti”. La realtà del mercato equo e solidale è spesso molto vicina a parrocchie e associazionismo cattolico: “È molto frequente – precisa Pignatelli – che da realtà parrocchiali o da gruppi oratoriali si origini il nucleo di cooperative o botteghe del commercio equo”, senza contare che le parrocchie spesso ospitano momenti di formazione sul commercio equo che coinvolgono in particolare i giovani.Il ruolo delle cooperative. Il ddl appena passato all’esame del Consiglio regionale piemontese raccoglie le istanze di altri progetti di legge depositati negli anni scorsi in materia di commercio equo, il cui iter si era però arenato. Questa volta, invece, la legge dovrebbe davvero andare in porto. Cos’è cambiato? Secondo Alberto Anfossi, presidente della Cooperativa solidale “Mondo Nuovo”, fondata nel 2001 dalla fusione di gruppi di impegno provenienti anche dalle parrocchie e dalla Gioc (Gioventù operaia cristiana), “l’elemento fondamentale è stato il coinvolgimento delle cooperative e delle associazioni che si occupano di Commercio equo nella stesura del testo di legge”. Già, perché non sempre le normative proposte avevano interpretano bene le esigenze di coloro che avrebbero voluto tutelare. Spiega Anfossi, la cui cooperativa oggi raccoglie circa 350 soci e ha una rete di sei botteghe tra Torino e provincia: “Più che finanziamenti e aiuti economici per le nostre attività, che erano gli aspetti fondamentali delle proposte di legge avanzate negli ultimi tempi, ciò che interessa le Cooperative è una normativa che definisca con chiarezza che cosa è commercio equo e chi sono gli attori di questa attività. L’importanza delle definizioni – aggiunge Anfossi – non è solo un aspetto formale, ma la garanzia di una normativa che serva, in assenza di una regolamentazione a livello nazionale, e che vada contro chi spaccia per equo-solidali prodotti che non lo sono affatto”.Un albo controverso. Se gli operatori del commercio equo piemontesi si dicono soddisfatti della definizione della loro specifica attività (“un partenariato commerciale con produttori di beni e servizi di aree economicamente svantaggiate dei paesi in via di sviluppo, soggetto ad una serie di esplicite condizioni”), lo sono meno su ciò che il ddl dice a proposito dei soggetti e dei requisiti per svolgere commercio equo. Ancora Anfossi precisa: “La futura legge prevede, è vero, l’istituzione di un elenco regionale dei soggetti che, organizzati in forma collettiva, democratica e senza scopo di lucro, operano stabilmente sul territorio regionale svolgendo attività di commercio equo e solidale. Ma non fissa criteri precisi di accesso a questo albo, che verranno definiti nei criteri attuativi della normativa”, anziché inseriti direttamente nel testo di legge, una soluzione che i referenti delle cooperative avrebbero di gran lunga preferito, per questioni di chiarezza e trasparenza, ma anche per “non affidare criteri così importanti a integrazioni della normativa facilmente modificabili e adattabili”.Commercio, non elemosina. Un aspetto che non è trattato nel ddl, anche per problemi di competenza dell’ente regionale, è quello delle relazioni commerciali con l’estero che stanno alla base del commercio equo. Spiega Emanuele Giordana, presidente di Libero Mondo, l’unica Centrale di importazione di prodotti equo e solidali sul territorio piemontese: “Le vie del commercio equo sono quelle del resto dei prodotti: non ci sono corridoi preferenziali, né agevolazioni”. “D’altronde – precisa Giordana – noi, come operatori del mercato equo e solidale, non le richiediamo neanche: deve passare il messaggio che il nostro tipo di commercio non è elemosina, ma vera attività di mercato, improntata alla giustizia sociale e alla conoscenza dei popoli, ma anche alla legittima concorrenza con gli altri operatori”. a cura di Andrea Ciattaglia(12 giugno 2009)