Si tratta, osserva mons. Ravasi, di "un linguaggio che sappia anche ricorrere alle categorie deboli di questa cultura, ma ne induca altre forti, quasi come una spina nel fianco, una provocazione nella mente. Fuor di metafora, è necessario procedere verso la proposta di alcuni contenuti radicali che riescano ad artigliare la coscienza intorpidita, anche se per un istante, aprendole una ferita". "Intendiamo riferirci ha chiarito il presidente del Pontificio Consiglio della cultura – ai cosiddetti temi ultimi, che inesorabilmente attraversano l’esistenza di tutti: la vita e la morte, il dolore e il male, l’amore e il tradimento, il mistero e la trascendenza, la verità e il falso, la prevaricazione dell’ingiustizia e la solidarietà, il mondo con le sue bellezze, i suoi segreti e la sua tutela, e infine come apice lo Spirito, Dio, il Vangelo". È, quindi, necessario, a giudizio del presule, "ritornare alle grandi narrazioni, ai simboli capitali, sconti, pur nella lievità e chiarezza della comunicazione contemporanea". Accanto a "questo vero e proprio attacco, che ‘incida ferite nei campi dell’abitudine’ tipica dell”incredulo’, per usare un’espressione suggestiva della poetessa ebrea tedesca Nelly Sachs, occorre non abbandonare neanche l’orizzonte delle realtà ‘penultime’", conclude mons. Ravasi.” “