PUGLIA
Diritto allo studio e psicologia scolastica
La VI Commissione consiliare ha recentemente approvato una proposta di legge sul diritto allo studio e per l’istituzione dell’Unità regionale di psicologia scolastica. Tra le finalità, combattere la dispersione scolastica, favorire immigrati e rom, aiutare i diversamente abili e le famiglie con basso reddito, valorizzare percorsi su cittadinanza attiva, legalità, pace e rispetto della dignità e dei diritti umani, coordinare gli interventi con i Piani di zona. I destinatari sono, tra gli altri, gli alunni delle scuole pubbliche e paritarie, compresi quelli delle scuole dell’infanzia, gli allievi dei corsi di formazione professionale e quelli dei corsi per adulti. Prevista l’istituzione della Conferenza regionale per il diritto allo studio, di sei strutture provinciali – i “Luoghi del diritto allo studio” – e degli Sportelli territoriali collegati ai Luoghi. L’Unità di psicologia scolastica ha funzioni consulenziali e di sostegno per i soggetti impegnati nel sistema scolastico regionale. In Puglia, nel 2008, erano presenti 656 mila alunni, 926 istituzioni scolastiche, 729 scuole paritarie.Niente buono-scuola. “Questa proposta di legge è un’altra occasione mancata per un reale diritto allo studio dei ragazzi pugliesi e per un reale diritto alla libertà di scelta educativa delle famiglie”. È il commento di Antonio Passiatore, vicepresidente regionale dell’Agesc (Associazione genitori scuole cattoliche). “Le dichiarazioni di principio e gli obiettivi della proposta sono condivisibili e pieni di buone intenzioni, ma lasciano la situazione inalterata e non toccano il cuore del problema”. E cioè che “deve essere riconosciuto ai genitori il diritto di scegliere l’educazione da impartire ai propri figli. Questo diritto, in Puglia, chi vuole esercitarlo, deve pagarselo”, scandisce. L’articolo 34 della Costituzione “riconosce a tutti il diritto ad una istruzione gratuita per almeno otto anni”, mentre per “il 5% di ragazzi pugliesi che frequentano le scuole cattoliche – escluse le materne – questo diritto allo studio viene ancora una volta negato”. Senza “buono-scuola non ci sarà mai vera parità scolastica né sarà mai estirpata dal nostro sistema scolastico la mala pianta dello statalismo, del quasi-monopolio statale dell’istruzione” e le scuole cattoliche “saranno condannate a diventare sempre più scuole per ricchi o a chiudere”, prosegue. “Se nelle scuole paritarie può iscrivere i propri figli solo chi può permettersi di pagare la retta – dice Passiatore -; scrivere che i provvedimenti sono rivolti anche agli alunni delle scuole paritarie non ha senso se il metro è quello del reddito”. Gli amministratori regionali “dovrebbero mettersi in testa che il buono-scuola – o altra forma di affrancamento – rappresenta una carta di liberazione per le famiglie meno abbienti”.Vince la burocrazia. “A dispetto delle dichiarazioni iniziali, il principio di sussidiarietà è solo enunciato e non tiene per nulla conto dell’articolo 118 della Costituzione”. Gli Sportelli territoriali e i Luoghi del diritto allo studio per l’attuazione sul territorio degli istituti previsti dalla legge “non sono concepiti come strutture di supporto” ma “come strutture centralistiche e burocratiche che ingeriscono e non solo l’autonoma iniziativa dei cittadini ma anche l’autonomia delle istituzioni scolastiche”, conclude Passiatore.Esclusi nido e università. “Nel complesso si tratta di una buona proposta, è molto ambiziosa e cerca di coprire tutto l’arco di vita”, esordisce Linda Cassibba, direttrice del dipartimento di psicologia dell’Università di Bari. Tuttavia, “salta all’occhio che dalla proposta mancano le fasce estreme, che sono quelle ad avere maggiori carenze, e cioè il nido e l’università”. I destinatari della proposta partono dai 3 anni ma “in Puglia è proprio la fascia 0-3 anni ad essere più trascurata, dato che siamo piuttosto indietro come presenza di asili nido sul territorio”, tanto che “nella programmazione dei fondi europei è stato previsto un grosso investimento per i nidi”. Ciò può essere dovuto al fatto che “siamo ancora legati all’idea che il nido è assistenza e non rientra nei servizi educativi”. “Si dovrebbe cambiare atteggiamento – prosegue – perche dove il nido è usato da genitori che lavorano, soprattutto in quei casi non va confuso con l’assistenza”. Ed “è proprio lì che deve intervenire il pubblico per dare una impronta educativa”. Nella Conferenza regionale prevista dalla proposta di legge per verificare lo stato del diritto allo studio “non è menzionata l’università, che viene trascurata moltissimo perché sul piano della ricerca può garantire il monitoraggio della situazione e offrire indicazioni”. “L’università è assente anche nell’Unità di psicologia scolastica” dove, invece, potrebbe “avere un ruolo importante nella rilevazione della domanda formativa”. Eppoi, continua Cassibba, “non si parla mai dei sociologi, che possono lavorare sulle tecniche, sulle strategie, sulla valutazione e sono dotati di competenze metodologiche”. Essi, conclude, possono “contribuire a realizzare risultati migliori”.a cura di Antonio Rubino(23 ottobre 2009)