Pubblichiamo la nota di SIR Europa sul Consiglio europeo che si è concluso ieri a Bruxelles.
Non è ancora, ovviamente, un’"Europa unita"; ma certo è una Unione che riconosce esplicitamente di avere grandi problemi comuni con la conseguente necessità di affrontarli assieme. Al di là dei singoli e concreti risultati raggiunti dal Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, è già stato significativo vedere a Bruxelles il francese Nicolas Sarkozy sottobraccio con l’inglese Gordon Brown, la tedesca Angela Merkel confabulare con i leader dell’Est, diplomatici e "sherpa" limare testi giuridici da sottoporre all’attenzione dei 27 capi di Stato e di governo, convenuti per trattare numerosi argomenti. L’elenco è lungo: la crisi finanziaria, il pacchetto clima-ambiente, la strategia su immigrazione e asilo, l’iter di ratifica del Trattato di Lisbona, oltre a vari nodi di politica estera, in primis la situazione in Georgia.
Non che al palazzo Justus Lipsius, sede del Consiglio, sia proceduto tutto al meglio. In realtà le divergenze sono state molteplici, specialmente attorno agli impegni per contrastare i cambiamenti climatici. L’Ue aveva raggiunto all’inizio dell’anno un accordo, sottoscritto da tutti i paesi membri, volto a ridurre, da qui al 2020, le emissioni di gas a effetto-serra (-20%), a incrementare la quota di energie rinnovabili (+20%) e l’efficienza energetica (+20%). Ma ora che si tratta di tradurre in pratica tali decisioni, valutandone anche le ricadute e i costi sui rispettivi sistemi produttivi nazionali, qualche Stato è tentato di fare un passo indietro. L’Europa replica: avanti, pur considerando le legittime richieste degli Stati.
Maggior concordia s’è riscontrata al summit sulla risposta ai fenomeni migratori e, più ancora, sulle azioni da assumere per contrastare l’instabilità dei mercati finanziari, la quale minaccia i risparmi delle famiglie, l’attività delle imprese e delle banche, i conti pubblici statali. Il varo di interventi nazionali assunti dai 15 Stati dell’eurozona (per un importo che s’aggira attorno ai 2 miliardi di euro), con la "benedizione" dell’Ue, potrebbe essere una risposta, non sufficiente ma almeno coraggiosa. I 27 hanno anche rilanciato l’idea di un summit internazionale (G14, ossia G8 più Cina, India, Brasile, Messico, Sudafrica, Egitto), da tenere "entro l’anno", per mettere a confronto le principali economie del pianeta.
L’aria di intesa respirata a Bruxelles non si è però espressa al meglio sull’altro tema in agenda, ossia il futuro del Trattato di Lisbona. Pressata dall’emergenza dei subprime, l’Ue ha sostanzialmente rimandato la questione al prossimo summit di dicembre.