“Il grande investimento nell’istruzione e le speranze riposte nel lavoro dovrebbero avere un banco di prova nelle opportunità di mobilità sociale. Secondo una recente indagine della Banca d’Italia il 53% degli italiani resta a far parte del ceto in cui è nato, il 15,3% scende, solo il 31,7% sale. È uno dei valori più bassi tra i paesi sviluppati”: così il sociologo Maurizio Ambrosini ha descritto oggi a Roma, al convegno CEI sui giovani e il lavoro, il fenomeno della “mobilità sociale bloccata” che caratterizza oggi il mercato del lavoro e delle professioni italiani. “Si verifica una clamorosa trasmissione ereditaria delle professioni più redditizie e tutelate. Quasi metà degli architetti (43,9%), degli avvocati (42%), dei farmacisti (40,8%), degli ingegneri (39,2%), dei medici (38,2%) fa laureare almeno un figlio nelle stesse discipline”. Secondo Ambrosini “in un paese che cresce poco ed è ostaggio di agguerrite corporazioni, questa concezione della società provoca un blocco degli accessi alle posizioni più ambite per chi proviene dalle classi inferiori”. A suo avviso “si sta così incrinando un fondamento tacito del patto sociale tra le classi e le generazioni: che chi studiava e si impegnava avrebbe ottenuto migliori occupazioni, e sarebbe entrato a far parte di una classe più elevata di quella dei genitori”.” ” ” “