PUGLIA

Politiche sociali senza slancio

Il Piano 2013-2015: sussidiarietà carta vincente, ma poca attenzione alla famiglia

La Giunta regionale ha recentemente approvato il terzo Piano regionale delle politiche sociali 2013-2015. Gli assi del Piano vanno dal sostegno alla prima infanzia e alla conciliazione dei tempi al contrasto alla povertà, dalla promozione dell’integrazione sociosanitaria al sostegno alla genitorialità e alla tutela dei minori, passando per la prevenzione e il contrasto al maltrattamento e alla violenza. La previsione di spesa è di 129 milioni di euro tra risorse ordinarie (circa 36 milioni già disponibili per il primo anno) e fondi aggiuntivi.Vincere con la sussidiarietà. “Abbiamo un grave ritardo sull’integrazione sociosanitaria, siamo carenti di strutture territoriali sia per l’assistenza domiciliare integrata, tanto da essere agli ultimi posti in Italia, sia per la riabilitazione, che sono fondamentali per ridurre gli effetti negativi dell’handicap nelle persone non autosufficienti”, afferma Filippo Anelli, presidente dell’Ordine dei medici di Bari. Sul versante sociale “il Piano stabilizza gli obiettivi degli anni passati e adotta un disegno già sperimentato con ambiti territoriali non del tutto allineati”. La priorità è “l’integrazione sociosanitaria, problema di non facile soluzione”. In Puglia, “con la prima giunta Vendola si era scelta una strada più flessibile; ora, invece – sostiene Anelli -, si punta più sugli aspetti strutturali che su quelli funzionali”. “La carta vincente – secondo il presidente dell’Ordine – è quella della sussidiarietà, che significa non solo affidarsi a chi lavora sul territorio, ma anche aumentare le sue potenzialità”. Il Piano, analizza, “rischia di non avere successo perché non c’è un numero adeguato di operatori per realizzarlo”, tanto che “si risponde con le liste d’attesa anche per l’assistenza domiciliare e il cittadino finisce per ricorrere ai privati”. Anelli lamenta che per la stesura del Piano “i medici di famiglia non sono stati ascoltati, sebbene siano strettamente interessati”. La Puglia “paga lo scotto di carenze strutturali e di distretti sanitari poco flessibili e con un’eccessiva presenza di burocrazia”.Risorse scarse. Riguardo alla famiglia, “il Piano ha una visione poco avanzata poiché non c’è un approccio alla famiglia come soggetto unitario, ma ai singoli e ai loro bisogni individuali”, afferma Vincenzo Santandrea, responsabile per le politiche familiari del Forum regionale delle associazioni familiari. Ci sono “azioni interessanti, come la sperimentazione dei distretti famiglia e del welfare aziendale, che però vanno meglio strutturati”. “I Piani sociali di zona funzionano a macchia di leopardo”, perciò in base alle precedenti esperienze “si è fatta una scelta politica forte”. Infatti, con questo terzo Piano “si è scelto di strutturare un ufficio di piano di zona più efficace ed efficiente in tutti gli ambiti territoriali”. Dopo l’approvazione “parte la sua concreta attivazione a livello di piani d’ambito e qui si apre la partita del partenariato e della coprogettazione partecipata: bisogna capire però quanto spazio di manovra ci sia all’interno di ciascun piano d’ambito”. “La Puglia – prosegue Santandrea – ha scelto priorità diverse dalle altre regioni; non ci sono, per esempio, interventi per le famiglie numerose” e inoltre “si è scelto di aumentare il numero degli obiettivi di servizio, ma è problematico raggiungerli con risorse inferiori alle precedenti, tanto che è perfino difficile mantenere i servizi già attivati con le precedenti programmazioni”. Sul fronte finanziario “sia le risorse nazionali sia quelle proprie regionali – dichiara – sono scarse e andrebbero utilizzate perché l’utenza possa usare i servizi; infatti, gli asili nido pubblici realizzati con i fondi comunitari sono poco frequentati perché, tra l’altro, le rette sono alte e quindi si pone un problema di sostegno della domanda con risorse addizionali”. Per Santandrea, d’altro canto, è positivo che la Regione abbia messo a punto “processi di verifica e controllo dell’andamento del Piano a livello di ambito” e che il Piano voglia “sviluppare una domanda di servizi e non erogare sussidi”.a cura di Antonio Rubino(30 ottobre 2013)