SARDEGNA
Un protocollo per migliorare la situazione nelle carceri
La Regione autonoma della Sardegna ha siglato con il ministero di Grazia e Giustizia, il 7 febbraio scorso, un protocollo d’intesa, che ha lo scopo di accentuare la collaborazione tra lo Stato e la Sardegna per migliorare la condizione dei detenuti. Nel protocollo si dà molta importanza alla cooperazione per risolvere il problema edilizio e di sovraffollamento delle carceri sarde, con un’alta percentuale di detenuti extracomunitari, italiani non residenti, tossicodipendenti e affetti da patologie psichiatriche.È previsto anche un rapporto più stretto tra istituzioni carcerarie, enti locali, associazioni di volontariato e del Terzo settore per trovare soluzioni atte a migliorare la condizione dei detenuti, favorirne il reinserimento sociale, l’assistenza sanitaria, attraverso interventi alternativi (comunità di accoglienza, comunità di lavoro, cooperative sociali, rilancio delle colonie penali, iniziative culturali e professionali).Che le istituzioni carcerarie sarde siano al collasso è sottolineato anche da un episodio avvenuto nel carcere di Buoncammino (Ca), il 26 marzo, quando un detenuto tossicodipendente, con problemi psichiatrici e affetto da epatite, senza motivo, ha aggredito due guardie carcerarie. Nel carcere cagliaritano i 2/3 dei detenuti sono sieropositivi o affetti da epatite B o C.Giuseppe Zoccheddu è il direttore dell’unico Carcere minorile della Sardegna. Di formazione salesiana, è riuscito a coordinare, con il cappellano, un tessuto di volontari strettamente collegato alle necessità dell’istituto di pena: “Abbiamo attualmente 20 detenuti, di cui 6 soltanto sono sardi. Io credo molto nel rapporto stretto tra istituzioni che si occupano di persone svantaggiate.Il dopo per questi ragazzi è determinante, perché il vero recupero avviene all’esterno dell’istituzione carceraria, nella misura in cui ci sono risorse umane e servizi da mettere a disposizione di queste persone. La nostra scommessa è capovolgere la situazione e da persone in qualche maniera destinate al fallimento farle diventare risorse per la società, la famosa pietra scartata che diviene testata d’angolo”.Il ruolo delle associazioni di volontariato è evidenziato dal protocollo. A Nuoro, nel carcere di massima sicurezza di Badu ‘e Carros, è attiva ormai dal 1971 l’associazione “Sesta Opera”. Maria Mariolu, volontaria da venti anni, ha assistito a un progressivo peggioramento della situazione nel carcere nuorese: “Oggi abbiamo a Badu ‘e Carros 310 detenuti, troppi. Li mandano da ovunque, spesso in punizione; 110 sono extracomunitari, che hanno bisogno di tutto.Procuriamo le medicine che non hanno nell’infermeria del carcere, le scarpe, le sigarette, le lamette, perché non hanno soldi. Teniamo i contatti telefonici con le famiglie, in Italia e all’estero, gli avvocati, i giudici di sorveglianza. Spesso siamo noi a procurare i biglietti per il viaggio di ritorno a casa dei detenuti scarcerati”. Il problema maggiore, a giudizio di Mariolu, è che “le istituzioni spremono il volontariato come un limone: facciamo, infatti, anche quello che non è di competenza nostra”. Per Carlo Renoldi, giudice di sorveglianza del Tribunale di Cagliari, è giusto incentivare e potenziare le strutture di detenzione alternativa. In Sardegna sono presenti tre colonie penali, dove ci sono detenuti con determinati requisiti di affidabilità: “Nelle colonie bisogna investire in risorse e strumenti, perché il regime di custodia è molto attenuato ma deve esserci da parte della struttura la possibilità di garantire, comunque sia, una forma di controllo: i detenuti, infatti, stanno sempre all’aperto, lavorando nei campi o con il bestiame”.Serve, quindi, “una risposta organizzativa da parte dell’amministrazione penitenziaria, che non sempre c’è”, ma “si tratta di strutture importantissime che andrebbero rafforzate”. La colonia, per Renoldi, “è davvero un’altra dimensione per il detenuto. Sono stato magistrato di sorveglianza sia alla colonia di Isili (Ca) sia ad Is Arenas (Or), e il numero dei rapporti disciplinari è infinitamente inferiore a quello del carcere di Cagliari: significa minore tensione tra detenuti e tra detenuti e operatori penitenziari”.Per don Giovanni Usai, cappellano del carcere di Isili e fondatore della cooperativa sociale “Il Samaritano”, anche la comunità ecclesiale ha un ruolo importante: “La Chiesa locale, con il nostro arcivescovo di Oristano, mons. Piergiuliano Tiddia, cerca di aiutare il carcerato a superare quell’emarginazione sociale che nasce dal suo aver commesso un reato.Il sostegno della diocesi è fondamentale e le comunità locali hanno sancito il successo del nostro lavoro: la nostra cooperativa sociale commercia prodotti equo-solidali, che essendo buoni e competitivi anche per i costi, hanno fatto breccia nel mercato dell’oristanese. Inoltre, gli acquirenti, che utilizzano i nostri prodotti, sanno che quei soldi servono perché la comunità cresca e aumenti la solidarietà sociale”.a cura di Massimo Lavena(31 marzo 2006)